La guerra in Siria è tutt’altro che finita, anche se il paese arabo sembra essere sparito dai media e dalle agende delle cancellerie occidentali. Quella terminata da poche settimane è stata un’estate particolarmente calda per il panorama politico siriano, culminata in un inizio di ottobre segnato da una rinnovata instabilità. Da un lato l’ondata di proteste nel governatorato di Suweida, nel sud del paese, non sembra destinata a esaurirsi nel breve-medio termine. Dall’altro, gli scontri fra la leadership curda delle SDF (Forze democratiche siriane) e alcune tribù arabe del nord-est riportano alla luce uno dei nodi irrisolti del conflitto iniziato nel 2011: il destino, cioè, delle formazioni che più di chiunque hanno contribuito a eliminare, almeno nella sua dimensione territoriale, la minaccia dell’autoproclamato Stato islamico (IS). Le forze curdo-arabe sono nuovamente nel mirino della Turchia, che per “lavare l’onta” del recente attentato ad Ankara rischia lo “scontro” con gli Stati Uniti, che sostengono le SDF. Il tutto, poi, si inserisce in una cornice regionale e internazionale in ebollizione, in cui il regime di Bashar al-Assad lavora per riabilitarsi di fronte ai principali interlocutori.
La giornata di giovedì, 6 ottobre, è stata particolarmente caotica e allo stesso tempo esemplificativa della stratificazione delle crisi locali in Siria. Un attacco con droni ha colpito nel pomeriggio un’accademia militare a Homs, dove era in corso una cerimonia di consegna dei diplomi. Il bilancio ufficiale, fornito dal ministero della Salute di Damasco, parla di 80 morti e 240 feriti, ma secondo altre fonti i decessi sarebbero almeno un centinaio. Il dicastero ha affermato che tra le vittime ci sono anche civili, tra cui sei bambini. Il raid, che per poco non ha coinvolto anche il ministro della Difesa siriano in persona, non è stato ufficialmente rivendicato. Ma le forze governative siriane, insieme all’aviazione russa, hanno risposto con una pioggia di fuoco in varie aree rurali tra Aleppo e Idlib, ultima roccaforte ribelle fuori dal controllo di Damasco governata da milizie filo-turche e dal cartello jihadista Hayat Tahrir al-Sham (HTS).

Nella giornata di mercoledì, 4 ottobre, il governo turco ha minacciato di lanciare nuovi raid aerei in Siria e Iraq dopo l’attacco terroristico di domenica ad Ankara, rivendicato dal Partito dei lavoratori curdi (PKK). Il capo della diplomazia turca, Hakan Fidan, ha dichiarato che i due aggressori provenivano dalla Siria, dove sarebbero stati anche addestrati. “D’ora in poi, tutte le infrastrutture, le basi e gli impianti energetici appartenenti a [gruppi armati curdi] in Iraq e Siria saranno obiettivi legittimi per le nostre forze di sicurezza”, ha affermato. Subito dopo, tra il 5 e il 6 ottobre, le forze di Ankara hanno avviato decine di raid contro le formazioni a guida curda in Iraq e in Siria. Queste ultime sono inquadrate nelle SDF, armate e sostenute dagli USA e dominate dalle Unità di protezione popolare curde (YPG), che Ankara considera gruppi terroristici. La situazione poteva degenerare quando un drone turco, impegnato nei raid, è stato abbattuto da un F-16 americano, dal momento che operava in un’area troppo vicina a una base statunitense nella zona. Si è trattato del primo episodio in assoluto di “scontro” tra apparati militari di due paesi NATO, ma una telefonata serale tra il capo del Pentagono, Lloyd Austin, e il ministro della Difesa turco, Yasar Guler, ha permesso di favorire una rapida e de-escalation.
La vicenda del drone turco abbattuto non avrà, dunque, alcun seguito. Ma permette di capire la difficile partita statunitense nell’area, stretta tra il sostegno alle SDF e l’impossibilità de facto di proteggerle dalle iniziative di Ankara, se non con la propria presenza in loco. Diversa, ma altrettanto rilevante, la situazione nel governatorato nord-orientale siriano di Deir Ez-Zor. Vasta e ricca di risorse, la provincia siriana è stata terreno fertile per un’aspra lotta di potere dopo il crollo dello Stato islamico, simboleggiato dalla caduta della roccaforte di Baghouz nel 2019. Le SDF hanno contribuito in modo determinante a disarcionare il Califfato, ma oggi vivono un momento di crisi senza precedenti. Diversamente dalle zone più urbanizzate della costa occidentale, le popolazioni arabe di questa regione sono legate da un tessuto sociale molto ancorato alla componente tribale. Diversi clan locali hanno partecipato attivamente alla lotta contro l’IS, sostenendo le SDF nei loro sforzi. Caduto il nemico comune, tuttavia, i nodi sono pian piano venuti al pettine.
Le tribù arabe hanno gradualmente iniziato a lamentare il peso di un’economia locale vacillante e l’approccio “pesante” dell’apparato di sicurezza locale, guidato dalle SDF. Nonostante la regione sia ricca di petrolio e gas, infatti, corruzione e blocchi all’estrazione hanno portato alla chiusura di ospedali e infrastrutture civili. L’impennata nei prezzi dei beni di prima necessità ha costretto migliaia di persone a lasciare la zona per riparare all’estero o nella vicina provincia di al-Hasakah. In generale, ha iniziato a farsi largo un certo scontento verso una leadership percepita di fatto come un corpo estraneo, specialmente in una zona demograficamente a maggioranza araba.
La frustrazione è esplosa ad agosto, dopo l’arresto di influenti capi del Consiglio militare di Deiz Ez-Zor, la confederazione tribale araba, e in particolare del leader Ahmed Al-Khubail. Conosciuto localmente come Abu Khawla, è stato accusato di abuso di potere, coinvolgimento nel traffico di droga e di aver adottato “un approccio lassista nella lotta contro l’IS”, oltre che di collusione con elementi del regime siriano, nonostante il suo passato da fermo oppositore di Assad. Come evidenziato da Suhail al-Ghazi al quotidiano panarabo Al-Araby Al-Jadeed, “quando le SDF hanno risposto con ulteriori arresti e perquisizioni domiciliari, anche alcuni clan che non sostengono Abu Khawla sono stati spinti a combatterle”. Ne sono nati scontri aperti tra elementi arabi e curdi, che hanno provocato decine di morti. Gli Stati Uniti – che mantengono diverse centinaia di militari nel nord della Siria – hanno alacremente per evitare una guerra su vasta scala. L’escalation, al momento, sembra essere stata evitata. Il 28 settembre, infatti, alcuni capi tribali hanno pubblicato una dichiarazione rinnovando il proprio sostegno alle SDF ed esortando a porre fine agli scontri e a far fronte al “complotto ordito da Iran e Turchia”, accusate di sobillare il malcontento. Si tratta, con tutta evidenza, di un tentativo di esternalizzare la fonte delle tensioni, ma il dilemma sul futuro di quest’area – che il governo di Damasco continua ovviamente a rivendicare per sé – è ancora incerto. Fra le dune che un tempo facevano da sfondo alle atrocità del Califfato rischiano di crearsi nuove fonti di instabilità.
Mentre Assad tenta di riguadagnare un posto sul palcoscenico internazionale, ad esempio tramite il suo primo viaggio in Cina dal 2004, movimenti di protesta sono tornati a diffondersi in diverse regioni. Il fatto che il malcontento sia esploso nella provincia meridionale di Suweida è tutt’altro che banale. Roccaforte della minoranza drusa, concentrata soprattutto nel sud della Siria, la città è stata teatro a partire da agosto di proteste che avevano inizialmente obiettivi di tipo economico. La lira siriana, infatti, aveva raggiunto il minimo valore storico e il governo di Damasco aveva tagliato i sussidi al carburante. Tuttavia, la risposta data dalle autorità – ad esempio l’aumento di stipendi e pensioni per i dipendenti pubblici – non è bastata ad ammansire le piazze, che hanno continuato a riempirsi di manifestanti, bandiere multicolore della comunità drusa e slogan a favore della caduta del regime.
Le autorità, finora, hanno evitato la strada dell’aperta repressione, dal momento che la sollevazione ha già rischiato di minare l’immagine del governo di Assad come “protettore delle minoranze” contro la minaccia dell’islam sunnita radicale. Una narrativa, questa, che il regime ha utilizzato ampiamente durante la guerra civile e con l’avvento dello Stato islamico, per legittimarsi sia a livello domestico che agli occhi del mondo. Nel corso delle settimane, i moti di protesta si sono allargati ad altre zone del paese. Da Suweida a Deraa, culla della sollevazione del 2011, passando per Aleppo, e Idlib: centinaia di siriani sono scesi in piazza, in alcuni casi anche sventolando bandiere ucraine in chiaro segno di protesta e sberleffo contro la Russia, principale sponsor del regime di Damasco insieme all’Iran.