Gli eventi di questi giorni stanno rimescolando le carte in termini politici all’interno di Israele. Improvvisamente, si aprono scenari impensabili fino a pochi giorni fa: le manifestazioni contro la riforma sono state giustamente messe in pausa e i riservisti, che volevano astenersi dal servizio in segno di protesta, si sono presentati ai loro quartier generali; i grandi partiti di opposizione Yesh Atid e Unità Nazionale hanno già espresso la volontà di discutere la creazione di un governo di unità nazionale e la coalizione di Benjamin Netanyahu potrebbe avere i giorni contati.
Il 9 ottobre, sul quotidiano Haaretz, è stata pubblicata una vignetta di Amos Biderman che rappresenta in maniera grafica la percezione che gran parte degli israeliani hanno del governo attuale: sfuggente, a tratti non presente, nascosto sotto un tavolo, con il primo ministro che si intravede solo dietro ai membri della sua coalizione. Infatti, la responsabilità attribuita al governo è amplificata non solo dalla gravità degli episodi accaduti, ma anche dalla situazione politica interna israeliana precedente ai fatti del 7 ottobre.
Da gennaio scorso, Israele era in preda a una profonda divisione politica e sociale, derivante dall’iniziativa del governo Netanyahu di approvare una riforma giudiziaria che indebolirebbe i checks and balances delle istituzioni israeliane. Più precisamente, l’obiettivo sarebbe ridurre i poteri della Corte suprema, a discapito di una separazione netta tra potere giudiziario ed esecutivo. Tale proposta ha scatenato proteste violente, ha polarizzato le opinioni e ha infiammato gli animi, portando la società israeliana a dividersi tra i sostenitori della riforma, nonché del governo Netanyahu, e oppositori. Questo scontro di opinioni è arrivato ad incarnare una divisione più profonda tra due concezioni diverse sull’identità dello stato: una più concentrata sull’aggettivo ebraico, l’altra sull’aggettivo democratico.
Ad aggravare ulteriormente la situazione interna, in questi mesi, ha contribuito la natura stessa della coalizione di governo di Netanyahu, tra i cui membri troviamo partiti religiosi (Shas e Giudaismo Unito della Torah) e di estrema destra (Potere Ebraico e Sionismo Religioso) che hanno favorito l’indebolimento del delicato equilibrio sociale in Israele, veicolando retoriche e favorendo linee di condotta che hanno esacerbato le spaccature già esistenti. In particolar modo lungo due faglie: il divario tra israeliani laici e religiosi (teniamo conto che si tratta di due definizioni molto ampie) e tra cittadini arabi ed ebrei.
Nei mesi scorsi, il Capo di stato maggiore Herzl Halevi e alti ufficiali dell’establishment della sicurezza israeliana avevano avvertito che il prolungarsi della crisi interna, dovuta all’avanzamento della riforma giudiziaria, stava causando una riduzione delle capacità di esercito ed intelligence. Inoltre, segnalavano una complessiva erosione della deterrenza provocata dalla instabilità in Cisgiordania e dalle provocazioni di Hezbollah sul confine settentrionale; infatti, questi due teatri operativi hanno assorbito negli ultimi mesi ingenti risorse ed energie di IDF e Shin Bet.
Le azioni dell’attuale governo hanno avuto risultati catastrofici in riferimento all’attacco di Hamas del 7 ottobre: quasi tutta la Divisione Gaza era in Giudea e Samaria, negli insediamenti dei coloni responsabili delle violenze di Hawara. Contemporaneamente Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir hanno continuato a seminare tempesta con una retorica anti-araba. Se quindi la guerra in corso è comparata alla debacle della Guerra del Kippur, non è solo per il fallimento dell’intelligence nell’intercettare le intenzioni di Hamas, ma anche per le enormi responsabilità che la leadership politica dovrà assumersi, proprio come con Golda Meir 50 anni fa.
Primo tra tutti quindi, il primo ministro Netanyahu che, durante gli anni, ha fondato gran parte della sua reputazione politica sull’essere “Mr. Security”, ma si è evidentemente concentrato sugli aspetti sbagliati della deterrenza in chiave anti-iraniana, trascurando totalmente l’arena palestinese. Per oltre un decennio, Netanyahu ha istituzionalizzato il divario tra Cisgiordania e Gaza, contribuendo al declino l’Autorità Palestinese, il tutto finalizzato a condurre una politica del dividi et impera e del mantenimento dello status-quo.
Per affrontare quindi al meglio lo stato di guerra e di emergenza, in questi ultimi giorni si sta discutendo la creazione di un governo di unità nazionale. I rappresentanti dei più grandi partiti di opposizione, Yesh Atid e di Unità Nazionale, hanno infatti dichiarato la disponibilità nel creare una coalizione di emergenza. Benny Gantz (Unità Nazionale) ha proposto un piccolo gabinetto di guerra che avrà principalmente l’autorità di gestire il conflitto; inoltre, il mandato del governo di emergenza non dovrà adottare alcuna legislazione estranea alla gestione dell’escalation, un riferimento chiaro all’agenda di revisione giudiziaria altamente controversa del governo. Yair Lapid (Yesh Atid), invece, ha espresso la volontà di unirsi solo nel caso in cui Netanyahu rimuova Ben-Gvir e Smotrich dai loro ministeri.
Procedere con queste opzioni richiede la firma di un accordo tra il Likud e i partiti che entreranno nel governo, il che a sua volta richiede l’approvazione della Knesset. Un governo di unità nazionale aumenterebbe il sostegno parlamentare e la legittimità pubblica. Questo aspetto sembra particolarmente importante data l’estrema polarizzazione politica in Israele. La sfida principale nella formazione di un simile governo è, appunto, quella politica: raggiungere accordi che siano accettabili sia per i nuovi che per i vecchi partner della coalizione, riguardo alla guerra così come ad altre questioni (come le riforme giudiziarie).
La palla è ora nel campo di Netanyahu che, forse, è proprio per logiche di ordine politico se ha rinviato all’ultimo l’incontro previsto per mercoledì con Benny Gantz. Il primo ministro si è già incontrato con i leader dei partiti di coalizione: solo il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha espresso opposizione, ma nonostante queste riserve, il Likud ha rilasciato una dichiarazione unanime a sostegno della formazione di un governo di emergenza nazionale. Parallelamente agli aggiornamenti provenienti dal fronte, gli israeliani attendono impazientemente anche buone notizie provenienti dalla Knesset.