L’economia cinese affronta una fase di grande difficoltà, che porta alcuni osservatori a parlare dell’avvio di un’era della stagnazione.[1] Il dato di fatto è che l’economia cinese non sembra più in grado di assicurare i tassi di crescita vertiginosi degli anni passati e la conseguenza è che la crescita dei prossimi anni potrebbe assestarsi su valori più bassi (3-4%), con implicazioni sia economiche che politiche. Tali riflessioni dipendono sia da una evoluzione della Cina lunga ormai di anni, sia dai dati della crescita del 2022 e dei primi mesi del 2023.
Lo scorso anno, infatti, la Cina è cresciuta ad un ritmo del 3%, il valore più basso se si esclude l’anno dello scoppio della pandemia da quando sono state avviate le riforme di mercato alla fine degli anni ’70. Tuttavia il dato registrato nel 2020, con una crescita del Pil del 2,2%, era stato l’unico valore positivo tra le grandi economie mondiali. Il dato del 2022 è da imputare soprattutto alla diffusione in Cina delle varianti del Covid-19, alle quali il governo ha risposto imponendo rigidissime misure di lockdown in primavera e in autunno. A causa delle sue ricadute economiche, il governo cinese ha deciso nel mese di dicembre del 2022 di abolire improvvisamente ogni restrizione, sperando in una ripresa dei consumi. Tuttavia, il rilancio economico non si è verificato e i dati del primo semestre dell’anno sono stati al di sotto delle aspettative. Nei primi sei mesi, infatti, il Pil della Cina è cresciuto del 5,5% su base annua, un valore composto dal + 4,5% del primo trimestre e dal +6,3% del secondo. Questi dati, tuttavia, vanno analizzati sulla base del confronto con una primavera del 2022 caratterizzata da lockdown e che dunque costituisce una base di riferimento molto bassa. Su base trimestrale, la crescita del Pil cinese si è ridotta allo 0,8% nel secondo trimestre rispetto al 2,2% del primo trimestre, mostrando così un rallentamento della ripresa economica interna. Tra gli altri indicatori del peggioramento dello stato dell’economia cinese c’è il dato della disoccupazione giovanile (16-24 anni) urbana. Nel mese di agosto il governo ha stabilito la sospensione della pubblicazione mensile del dato, dopo che per il mese di giugno si era raggiunto il valore del 21,3%, quando solo a dicembre del 2022 era fermo al 16,7%, un dato comunque elevato.
Le proiezioni di crescita per il 2023, dunque, sono in costante calo e si attestano in una forbice tra il 4,5% e il 5%, quando a inizio anno si prevedevano valori superiori al 5,5%. Per il 2024, invece, la forbice scende ad un valore tra il 4% e il 4,5%.[2]

Per comprendere le ragioni del rallentamento, è necessario analizzare la storia e la struttura dell’economia cinese. In particolare, l’economia della Repubblica popolare ha come driver di crescita i consumi, le esportazioni e gli investimenti. Gli investimenti, a loro volta, sono concentrati soprattutto nel settore immobiliare, nella manifattura e nelle infrastrutture. Tutta la politica economica cinese ruota attorno a una corretta gestione di queste voci con l’obiettivo di raggiungere il target fissato a inizio anno. Lo schema è abbastanza semplice: 1) dagli anni ’80 al 2008 si è insistito sull’export; 2) dopo la crisi finanziaria globale c’è stato un boom di investimenti nel settore delle costruzioni e nelle infrastrutture; 3) dal 2014 si è cercato di spingere sui consumi e sulla qualità della produzione perché l’indebitamento era troppo elevato per continuare con gli investimenti e per limitare l’esposizione all’andamento della domanda internazionale; 4) dal 2020 si è spinto nuovamente sui consumi e sulla qualità della produzione per essere meno esposti alle variabili geopolitiche che chiudono mercati e limitano l’acquisizione di tecnologie avanzate.
La prima fase è quella nota ai più di una Cina come fabbrica del mondo grazie ad un ampio impiego di manodopera a basso costo. Se già negli anni Ottanta e Novanta si era diffusa questa pratica, il successo definitivo si verifica dopo l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, una decisione che porterà alla definitiva consacrazione della crescita cinese. Con lo scoppio della crisi finanziaria globale nel 2008 crolla la domanda internazionale, mettendo in seria difficoltà un modello economico fondato sulle esportazioni. La ricetta adottata per mantenere alta la crescita, ovvero uno stimolo da 4.000 miliardi di Rmb – che ammontava a circa 555 miliardi di dollari e valeva il 13% del Pil cinese del 2008 – si dimostra una scelta giusta per il breve periodo, visto che anche in tempo di crisi il Pil cresce a ritmi dell’8-9% contribuendo in modo significativo alla ripresa mondiale, ma gli effetti negativi si riveleranno gravi negli anni successivi. L’ingente stimolo economico, infatti, ha comportato l’esplosione del debito che in circa quindici anni è raddoppiato e nel 2023 viene stimato, considerando insieme il debito delle famiglie, delle imprese e dello stato, al 282% del Pil, in confronto al 257% degli Stati Uniti.[3] Inoltre, si è creata una crisi da sovracapacità produttiva, soprattutto nei settori legati alle costruzioni e alle infrastrutture come il cemento, l’acciaio e il vetro.
Per queste ragioni, nel 2014 si è entrati nella terza fase – presentata come New normal (it. Nuova normalità) – che mette in discussione il modello di crescita economica precedente ritenuto non sostenibile poiché fondato su premesse ormai superate, quali una forte dipendenza dalla domanda internazionale e il ricorso all’indebitamento continuo. La strategia adottata diventa, allora, quella di ‘puntare sulla qualità e non sulla quantità’. Il senso di tale slogan è quello di non ricercare un tasso di crescita elevato ad ogni costo, quale in particolare l’aumento del debito. Al contrario, un tasso di crescita moderato è preferibile se raggiunto mettendo in sicurezza le finanze pubbliche e riducendo l’esposizione ai cicli della domanda internazionale. In aggiunta l’obiettivo del New normal è di rafforzare il tasso qualitativo della produzione industriale e di puntare sulla domanda interna per assorbire la produzione. Nel secondo caso viene anche creata una fiera dedicata alle importazioni – nota come China International Import Expo – che dal 2018 si tiene ogni anno in autunno a Shanghai. Per quanto riguarda la crescita tecnologica, invece, dopo aver già investito in politica industriale nel decennio precedente, nel 2015 è stato presentato il piano Made in China 2025 con l’obiettivo di raggiungere la leadership mondiale nei principali dieci settori innovativi del futuro. È proprio il lancio di questo piano ad aver contribuito ad un cambio di percezione dell’ascesa cinese – insieme alla contestuale radicalizzazione ideologica ad opera di Xi Jinping[4] – che ha portato successivamente all’avvio della guerra commerciale da parte dell’amministrazione Trump nel 2018.
Il peggioramento del clima internazionale nei confronti della Cina, avviato proprio da Trump e consolidatosi con l’amministrazione Biden, ha portato Xi Jinping a rivedere nuovamente le linee di fondo della politica economica cinese nel 2020, con la promozione del concetto di Strategia della doppia circolazione. Per comprenderne il significato, il punto di partenza è la spiegazione letterale della “doppia circolazione” che, nella visione proposta da Xi Jinping, si intende come una dialettica fra la circolazione economica domestica e quella internazionale. In parole più semplici, viene messa in relazione l’integrazione globale – la circolazione esterna – con i consumi domestici – la circolazione interna. In questo senso, la dinamica da gestire, dunque, è quella fra una economia dipendente dalle esportazioni e, quindi, dalla domanda internazionale, e un ruolo più ampio accordato ai consumi interni. L’indicazione di oggi è che, nell’attuale contesto di incertezza dovuto alla pandemia e alle dispute commerciali, si debba puntare soprattutto sulla circolazione interna. Tuttavia, se già il New normal puntava sui consumi interni per essere meno esposti a cicli dell’economia internazionale, la doppia circolazione professa il potenziamento dell’economia nazionale anche per mettersi al riparo dalle evoluzioni di tipo strategico che sono emerse con la pandemia, ovvero la conseguente attenzione alla messa in sicurezza delle catene del valore nei settori considerati strategici. In poche parole, ed in linea con quanto stava accadendo nel 2020 a livello globale, si può dire che la doppia circolazione punta a rendere l’economia più resiliente agli shock esterni rendendo la domanda interna il suo principale driver. Contestualmente, si punta anche al rafforzamento della produzione interna – nel contesto della cosiddetta autarchia tecnologica – per ridurre la dipendenza dall’estero soprattutto nei settori tecnologici avanzati nei quali la Cina sconta ancora un ritardo nei confronti dei produttori esteri, primo fra tutto quello dei semiconduttori di ultima generazione.
La transizione verso i consumi annunciata fin dal 2014 non va considerata completamente sostitutiva del modello precedente, ma incrementale e sempre bilanciata dalle altre voci e dall’esigenza di mantenere comunque un tasso di crescita in rallentamento, ma non azzerato del tutto. Per questo, le priorità economiche sono state perseguite, senza però che i problemi venissero effettivamente risolti. Infatti, continuare a insistere su un modello fondato su investimenti e export garantiva crescita economica, sebbene riconosciuta come non sostenibile oltre il breve periodo per i problemi di indebitamento e sovraesposizione ai cicli economici internazionali. È con la volontà di risolvere problemi strutturali che si possono comprendere gli indirizzi economici cinesi degli ultimi anni. Si registra, così, l’attenzione alla riduzione dell’indebitamento – il rischio finanziario – limitando fortemente l’approvazione di nuovi stimoli fiscali dopo quello del 2008 anche in contesti di rallentamento economico come quello attuale. Inoltre, si è puntato alla regolamentazione di uno sviluppo squilibrato del settore delle costruzioni, ovvero di uno dei settori trainanti dell’economia cinese post-2008. È a questo intendimento che va fatta risalire la stretta sulle grandi aziende immobiliariche ha portato alla crisi di Evergrande, che ha sfiorato il default ripetutamente nel 2021 e negli anni successivi. Lo stato di sofferenza del settore va collegato all’implementazione nell’agosto del 2020 di tre cosiddette “linee rosse”[5] – dei paletti finanziari per le aziende di costruzioni – che hanno portato a un rallentamento degli investimenti nel settore e, soprattutto, alla maggiore contrazione della storia recente cinese della costruzione e vendita dei nuovi edifici residenziali, per un valore economico pari al 5% del Pil cinese del 2022.[6] Tuttavia, data l’importanza del settore delle costruzioni per l’economia nazionale, già nel 2021 la politica delle “tre linee rosse è stata rivista,[7] senza però che si sia assistito a una ripresa del settore immobiliare, pesando così negativamente sul dato di crescita annuale dell’economia e sulle finanze degli enti locali. Il fattore degli enti locali è estremamente significativo per il quadro generale. Il budget statale e locale, infatti, dipende in buona parte dalla vendita dei diritti di costruzione, di conseguenza a un calo del settore immobiliare si collega l’incremento del deficit fiscale che per il 2023 è previsto al -7,4% del Pil, in costante peggioramento dal 2014 quando era attorno al -1%. La conseguenza è una sensibile riduzione della disponibilità economica degli enti locali e dell’amministrazione centrale per gli investimenti infrastrutturali. Il settore immobiliare, inoltre, sconta una crescente sfiducia dei consumatori per via di alcuni nodi strutturali. Infatti, è prassi in Cina pagare l’acquisto dell’immobile per intero prima che la sua costruzione venga ultimata; pertanto, qualora l’impresa dovesse fallire, l’acquirente perderebbe il capitale. Su queste basi ci sono sostanzialmente diverse implicazioni: da un lato è capitato che molte famiglie perdessero i propri risparmi interamente investiti nell’immobiliare – una delle principali forme di investimento privato in Cina, considerato che il sistema finanziario è ancora acerbo – dall’altro le nuove costruzioni sono finanziate dal completamento dei progetti precedenti. Per questo, uno stop al settore ha delle ricadute a catena – anche sul settore bancario che eroga i mutui – che rischiano di peggiorare ulteriormente la situazione, tanto che al momento si registra un periodo di crisi nell’acquisto di nuove case secondo solo a quello registrato in occasione della crisi di borsa del 2015.[8]
Oltre che per la ripresa del settore immobiliare, il tema della fiducia dei consumatori risulta centrale nella comprensione della attuale congiuntura economica. Infatti, nonostante la reiterata enfasi sulla domanda interna, il vecchio modello di crescita economica non solo non è stato soppiantato, ma, al contrario, le scelte politiche in tempo di pandemia lo hanno ulteriormente rafforzato. Mentre il resto del mondo puntava al sostegno delle famiglie, la Cina ha supportato lo slancio verso l’export delle aziende cinesi. In questo modo alle criticità degli investimenti e dei consumi aveva fatto da contraltare il boom delle esportazioni,passate da un valore di 2.500 miliardi di dollari nel 2019 a 3.700 miliardi nel 2022 con un surplus più che raddoppiato nello stesso periodo, da 430 miliardi a 900 miliardi di dollari. Infatti, la risposta cinese alla pandemia – facilitata anche dai diversi tempi di lockdown nel 2020, con la Cina chiusa solo per poche settimane e già riaperta mentre il resto del mondo fermava la produzione – si è focalizzata su solidi sussidi alla produzione.
Di conseguenza, i consumi, oltre a non avere mantenuto le promesse di crescita pre-Covid – quando le vendite al dettaglio viaggiavano a un tasso di crescita annuo attorno all’8% – continuano anche a riportare valori inferiori alle attese. Le vendite al dettaglio nel mese di agosto sono cresciute su base annuale del 4,6%, dopo aver toccato nel mese di luglio il punto minimo del 2023 al 2,5%. Il dato dei primi sette mesi sul periodo precedente registra una crescita del 7,3%, avendo però come punto di riferimento la primavera del 2022 caratterizzata da lockdown e da cali di oltre 10 punti percentuali.[9] Negli ultimi tre anni – ovvero dall’inizio della pandemia – si segnala una costante crescita dei risparmi per via di una minore propensione al consumo imputabile a una sfiducia nei confronti dell’andamento dell’economia cinese e delle possibilità del welfare nazionale, insufficiente nel provvedere alle esigenze dei cittadini in caso di malattia, i quali quindi preferiscono risparmiare.
Sebbene si parli di imminente scoppio del modello di crescita cinese da decenni, in realtà Pechino ha sempre saputo far fronte alle difficoltà con un nuovo slancio di crescita. Tuttavia, è opinione sempre più diffusa che si sia giunti a un momento di svolta dell’economia cinese. La premessa necessaria è che svolta non voglia dire che ci si trovi di fronte a un prossimo crollo, quanto piuttosto che le riforme non siano più rimandabili pena l’ingresso in una fase di stagnazione comparabile all’esperienza del Giappone a partire dagli anni Novanta. Questo vuol dire che sembra ormai irrealizzabile lo scenario di un superamento economico della Cina ai danni degli Stati Uniti in favore di un avvicinamento senza sorpasso. Ne consegue che se le prospettive di crescita cinese andranno riviste, allo stesso tempo Pechino si troverà a consolidare l’attuale peso economico a livello globale. Dunque, una Cina che rallenta non significa una Cina che perde la posizione di seconda economia al mondo.
Piuttosto, le riflessioni attuali sono sulle cause del rallentamento cinese, con due posizioni opposte che prendono forma e alle quali fanno seguito considerazioni altrettanto opposte su come interagire con Pechino.[10] La posizione di Adam Posen[11] è che la Cina stia affrontando la classica crisi di tutti i regimi autocratici: dopo una fase iniziale di slancio economico, la mancanza di libertà danneggia l’economia, in particolare l’attività privata e frena la crescita. Sarebbe questa “la solita vecchia storia” già affrontata da altri regimi e che ha come unico sbocco un cambio di regime in favore della democrazia e della libertà d’impresa. Di segno differente è la visione di Michael Pettis che insiste maggiormente sugli squilibri strutturali di una economia che deprime i consumi mantenendo le risorse economiche in capo alla pianificazione. Per riportare la Cina a crescere bisognerebbe interrompere il sostegno all’export e allocare maggiori risorse alle famiglie. Una tale scelta avrebbe però delle possibili ripercussioni sulla ripartizione del potere politico nel paese, con soggetti istituzionali che perderebbero potere di indirizzo economico in favore di altri soggetti che potrebbero avanzare richieste di maggiori diritti e pertanto per questa ragione le riforme verrebbero costantemente rimandate. Questa interpretazione, però, non si pone in modo pregiudizialmente contrario al mantenimento del potere politico del Partito comunista cinese e permetterebbe un maggiore dialogo con Pechino.
In conclusione, l’economia cinese sembra essere entrata in una fase di rallentamento strutturale che non permetterà a Pechino di sopravanzare gli Stati Uniti pur mantenendo un considerevole ruolo nell’economia globale. Le opzioni di politica economica di Xi Jinping risultano limitate dal peso delle scelte passate che hanno comportato indebitamento e dallo scenario internazionale che condiziona l’interscambio e l’approvvigionamento di tecnologia avanzata. Per questo la Cina sta perseguendo una politica di rafforzamento della capacità di innovazione e industriale nei settori avanzati per essere meno esposta alle decisioni geopolitiche dell’Occidente. Sul fronte interno dovrà superare le resistenze politiche per avviare riforme che diano risorse e fiducia ai consumatori, sui quali intende costruire la crescita del futuro.
[1] I. Johnson, “Xi’s Age of Stagnation”, Foreign Affairs, 22 agosto 2023.
[2] World Bank, “East Asia and Pacific Economic Update”, ottobre 2023.
[3] K. Bradsher, “Why China Has a Giant Pile of Debt”, The New York Times, 8 luglio 2023.
[4] F. Fasulo, “La Cina di Xi Jinping dopo il XX Congresso del Pcc: nuovi attori e prospettive politiche”, Focus Cina e Indo-Pacifico, Osservatorio di Politica Internazionale, n.1 gennaio 2023.
[5] G. DiPippo, “Chinese economy after Covid-19”, China Leadership Monitor, Summer 2023, Issue 76, 20 giugno 2023.
[6] What China’s Three Red Lines Mean for Property Firms”, Bloomberg News, 8 ottobre 2020.
[7] “China may ease ‘three red lines’ property rules”, Reuters, 6 gennaio 2023.
[8]Why China’s economic recovery is hanging in the balance”, Financial Times, 16 giugno 2023.
[9] National Bureau of Statistics of China, Total Retail Sales of Consumer Goods in August 2023, 16 settembre 2023
[10] A. Tooze, “Whither China? Part II – Posen v. Pettis or “authoritarian impasse” v. “structural dead-end””, Chartbook 223, 15 agosto 2023
[11] A. Posen, “The End of China’s Economic Miracle”, Foreign Affairs, 2 agosto 2023.