La ripresa economica che ha coinvolto il mondo dopo la pandemia e i lockdowns ha stupito per la sua rapidità. Mai il sistema economico globale si era ripreso con una velocità tale da uno shock che ha ridotto il reddito del mondo del 3,1% in un anno. Eppure il Covid è ancora una ferita aperta per molti. A ricordarlo è il Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel suo ultimo World Economic Outlook. Proprio il primo grafico del rapporto indica la distanza tra la crescita reale del Pil 2020-2022 e quella prevista prima dello scoppio della pandemia. Sorpresa: solo gli Stati Uniti ne emergono con una differenza positiva, cioè sono cresciuti più di quanto stimato pre-2020. Tutti gli altri macro-blocchi hanno rallentato, nonostante la ripresa repentina, e non sono mai tornati sul cammino di crescita previsto in precedenza.

Frenata cinese

A livello globale il gap è di oltre tre punti percentuali: è come se fosse venuto a mancare un anno di produzione e crescita economica. Sul risultato pesa enormemente la frenata cinese che è sotto gli occhi di tutti (va ricordato che tra il 2013 e il 2021 la Cina ha contribuito per più di un terzo alla crescita annua del mondo). Anche mettendola a confronto con i risultati che ci si attendeva da Pechino prima dello scoppio della pandemia: la Cina ha lasciato sul terreno infatti 4,2 punti percentuali di crescitaUn risultato che ci si attende peggiorerà ulteriormente quest’anno: il FMI ha ridotto nuovamente le stime di crescita per Pechino, tagliandole al +5%. Il risultato minimo posto anche dal governo. Ma ancora peggio della Cina fa chi di solito viene dimenticato in queste statistiche, vale a dire i Paesi emergenti e soprattutto quelli a basso reddito. Le economie emergenti dell’Asia per esempio – Cina inclusa – nel 2023 dovrebbero raggiungere il risultato di crescita peggiore dagli anni Novanta. Anche il risultato di tutti i Paesi emergenti è tra i peggiori dalla Grande Crisi del 2009.

Paesi emergenti sempre più a rischio

E sono proprio i Paesi emergenti (-4,9%) e quelli a basso reddito (-6,5%) a fare peggio rispetto al trend di crescita pre-Covid. I numerosi shock che hanno colpito il mondo dal 2020 in avanti – ultimo il nuovo conflitto tra Israele e Hamas – sono riusciti perfino a invertire il duraturo trend di riduzione della povertà a livello globale, innescato in particolar modo dalla crescita cinese. Nel 2022 secondo la Banca Mondiale vi sono tra i 75 e i 95 milioni di persone che vivono in condizione di povertà in più rispetto a quante ve ne fossero prima della pandemia. L’accelerazione dei prezzi, in particolare degli alimentari e dell’energia, scaturita anche dalla guerra in Ucraina ha peggiorato le condizioni di deprivazione nei Paesi a basso reddito. E l’aumento globale dei tassi di interesse ha colpito le economie in via di sviluppo, aumentando i costi di finanziamenti privati e pubblici, soprattutto nelle economie legate al dollaro.

Medio Oriente: incognita guerra

Anche il Medio Oriente appare avviato a riprendere la lenta crescita che aveva intrapreso già prima del Covid.Quest’anno le stime del FMI sono di una misera crescita per la regione dell’1,6%, ben minore di quella 2022 spinta dai prezzi energetici e dalla ripresa globale del commercio. E il nuovo conflitto israelo- palestinese non potrà che peggiorare le prospettive, in modo drammatico se ci dovessimo trovare di fronte a un’escalation nell’intera regione.

L’economia globale, dunque, non si è ancora ripresa dalla pandemia e dai continui shock e crisi che si sono susseguiti. Ed è probabile che le cicatrici rimarranno a lungo impresse, soprattutto nelle arterie più deboli e povere del mondo.

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