Il recente Summit dei capi di Stato e di governo dei BRICS tenutosi a Johannesburg ad agosto ha rimarcato la centralità della regione destinata, almeno nelle dichiarazioni dei membri del club che riunisce potenze chiave del Global South, ad accentrare ingenti investimenti utili allo sviluppo di una delle aree al mondo più ricca di materie prime e a maggior tasso di crescita demografica.
Dopo decenni di crescente presenza economico-commerciale e politica nel continente africano, quello che a tutti gli effetti è il principale “azionista” dei BRICS, la Cina, ha intrapreso un parziale cambio di rotta nel proprio approccio ai finanziamenti allo sviluppo. Di fatto, Pechino si sta trasformando da donatore in “banchiere”, peraltro in un momento in cui il continente africano sta affrontando una situazione economica e finanziaria piuttosto critica, legata in particolar modo alle ricadute della pandemia da Covid-19 e del conflitto in Ucraina. Inoltre, soprattutto nella fascia del Sahel, si registra un’ondata di golpe che, in una sorta di domino, sta esponendo la fragilità delle democrazie dell’area.
La propaganda cinese negli ultimi decenni ha monopolizzato le narrazioni al punto che, seguendo i media, sembrava che Pechino fosse l’unico attore geopolitico strategicamente interessato a investire nel continente africano. In realtà, altri attori, anche asiatici, si sono impegnati a costruire relazioni con i Paesi africani, agendo però con un approccio più discreto dal punto di vista mediatico. Uno di questi è il Giappone.
Sebbene il Giappone e l’Africa siano geograficamente lontani, la loro interazione nel tempo ha avuto un impatto significativo su entrambi. Il rapporto tra il Giappone e l’Africa ha infatti profonde radici storiche, e ha subito numerose trasformazioni. Negli ultimi anni è emerso un approccio strategico via via più strutturato da parte di Tokyo, che punta a inserirsi maggiormente nel tessuto economico dei Paesi africani, con particolare riguardo alle risorse utili a mantenere e sviluppare le proprie filiere produttive industriali, ma senza abbandonare una tradizionale attenzione alla cooperazione e allo sviluppo del continente africano.
Guardando all’epoca contemporanea, con particolare riguardo al periodo della decolonizzazione, i governi giapponesi hanno manifestato posizioni critiche verso il colonialismo europeo in Africa e, già dagli anni Sessanta e Settanta, si impegnò a fornire aiuti finanziari e tecnici per progetti incentrati su infrastrutture, agricoltura e sanità in diversi Paesi africani. Nel corso degli anni, il Sol Levante è gradualmente emerso come un Paese leader negli aiuti allo sviluppo a livello internazionale, e in particolare nei confronti del continente africano. Tra il 1960 e il 1980, gli aiuti allo sviluppo giapponesi verso il continente africano sono passati da poco meno di 800.000 dollari a 823 milioni di dollari (dati OCSE).
La crisi finanziaria asiatica di fine anni Novanta portò ad una significativa contrazione delle risorse finanziarie messe a disposizione da parte di Tokyo. Nonostante ciò, gli aiuti giapponesi hanno continuato a rappresentare una parte significativa degli aiuti verso i Paesi del continente, soprattutto per quanto riguarda l’area subsahariana.

Secondo i dati dell’OECD, tra il 2010 e il 2021, il Giappone ha erogato una media di 1,5 miliardi di dollari in aiuti allo sviluppo verso i Paesi africani, ossia circa l’8-9% del totale degli aiuti erogati da Tokyo a livello globale: il picco storico degli aiuti giapponesi in Africa si è avuto nel 2006, con 2,6 miliardi di dollari erogati.
In generale, si tratta di cifre molto meno rilevanti rispetto a quelle messe a disposizione da altri Paesi del G7, ma comunque significative (quasi 4 volte gli aiuti di Roma nello stesso periodo). Va comunque rilevato che dal 2020, mentre gli aiuti francesi, britannici e inglesi sono diminuiti, quelli giapponesi sono aumentati.
Nel 2021, ultimo anno di cui si hanno dati ufficiali, il Giappone ha contribuito per poco più del 5% del totale degli aiuti DAC (Development Assistance Committee), un dato in linea con la media del decennio 2010-2019.
Nel corso dei decenni il Giappone ha intensificato le relazioni economiche con l’Africa, investendo per il tramite delle sue aziende in settori come l’energia, le telecomunicazioni e le risorse naturali. Allo stesso tempo, l’Africa è diventata un importante partner commerciale per il Giappone, con un crescente scambio di merci e tecnologie.
Gli ultimi dati relativi ai rapporti commerciali tra Giappone e continente africano indicano un valore complessivo di 25 miliardi di dollari (2022), di cui quasi 10 miliardi di esportazioni e poco più di 15 miliardi di importazioni dall’Africa: si tratta dell’1,5% dell’interscambio commerciale del Giappone a livello mondiale e, comunque, di una cifra ancora non paragonabile a quelle relative a Cina o Paesi dell’UE, ma in crescita negli ultimi anni. La metà esatta dell’interscambio riguarda il Sudafrica, principale fornitore africano del Giappone e ai primi posti tra gli acquirenti di beni prodotti dal Paese asiatico, prevalentemente legati al settore dell’automotive. Altri fornitori sono Nigeria e Algeria, soprattutto per quanto concerne gli idrocarburi. Spicca il dato relativo alla Liberia, che da anni è il secondo partner commerciale africano del Giappone, con oltre il 10% dell’interscambio nel 2022, ed esportazioni giapponesi per circa 2 miliardi di dollari, nella quasi totalità caratterizzate dal settore nautico.
Altro ambito rilevante di cooperazione tra Africa e Giappone è quello degli investimenti. Nel 2021 lo stock degli investimenti diretti giapponesi in Africa ammontava a circa 6 miliardi di dollari, una cifra inferiore rispetto al decennio scorso ma che è tornata a salire dopo la fine della pandemia: i flussi nel solo 2022 sono stati di 1,7 miliardi di dollari. Va messo in evidenza che per un numero significativo di aziende giapponesi, a partire dai principali conglomerati quali Toyota, Mitsui o Sumitomo, il continente africano è oggetto di crescente attenzione e interesse. Tutto questo anche grazie alle iniziative portate avanti dai governi giapponesi negli ultimi anni.
Elemento cardine della cooperazione giapponese con l’Africa è il Tokyo International Conference on African Development (TICAD), forum internazionale che mira a promuovere la cooperazione economica e lo sviluppo sostenibile tra il Giappone e i Paesi africani. La prima conferenza TICAD si è tenuta nel 1993 a Tokyo, e da allora si è svolta a intervalli regolari per otto edizioni (la prossima sarà a Yokohama nel 2025).
Le conferenze TICAD riuniscono leader governativi, funzionari, imprenditori e rappresentanti della società civile per discutere questioni legate allo sviluppo e identificare aree di cooperazione, promuovendo l’idea di una partnership “win-win” tra il Giappone e l’Africa.
Nel corso degli anni, il TICAD è diventato un importante veicolo per rafforzare i legami e ha contribuito a mobilitare risorse finanziarie e tecnologiche per progetti di sviluppo in tutto il continente africano. Svoltosi principalmente in Giappone (ma ci sono state anche edizioni “africane”, a Nairobi nel 2015 e a Tunisi nel 2022), il TICAD è stato sin da subito incentrato su due forti paradigmi, quello della “ownership africana”, in termini di capacità autonoma nello sviluppo, e quello del “partenariato”.
Alla conferenza TICAD7, tenutasi a Yokohama nell’agosto del 2019, le aziende private giapponesi sono state riconosciute per la prima volta come partner ufficiali ed è stato inaugurato il “Public-Private Business Dialogue” tra il Giappone e l’Africa. Attraverso un modello già da anni brevettato da diversi altri Paesi, il governo nipponico ha sostenuto le attività e gli investimenti delle proprie aziende nel continente attraverso lo strumento degli aiuti allo sviluppo.
A valle del vertice del 2022, durante il quale sono stati presentati 82 progetti per un valore di 2,7 miliardi di dollari, il Giappone ha annunciato 30 miliardi di dollari di investimenti per lo sviluppo dell’Africa[1]. Ulteriore impegno risiede nella nuova Iniziativa denominata Green Growth Initiative with Africa (GGA), lanciata con un fondo dedicato di 4 miliardi di dollari che combina finanziamenti pubblici e privati, destinati a espandere gradualmente gli investimenti nella mitigazione degli impatti e nell’adattamento ai cambiamenti climatici, attraverso un’azione proattiva. L’iniziativa è stata accompagnata da una serie di memoranda d’intesa tra partner giapponesi e africani. Allo stesso tempo, è stata lanciata la cosiddetta “Abe Initiative”, attraverso la quale sono stati attivati programmi di studio post-laurea per 3.000 studenti africani per formarli in ambito imprenditoriale ed industriale.
Se non occorre dilungarsi molto su cosa possa offrire il Giappone allo sviluppo del continente africano, è interessante invece capire quali siano gli interessi di Tokyo nella sua politica africana. Il Giappone in Africa è mosso da due obiettivi strategici: garantirsi approvvigionamenti energetici e terre rare; e contenere l’influenza cinese. Tali orientamenti sono ben visibili nell’attivismo della leadership giapponese, riscontrato durante la primavera e l’estate 2023. Nel mese di aprile, il primo ministro giapponese Fumio Kishida si è recato in Egitto, Kenya, Ghana e Mozambico e quindi, subito dopo, nel mese di maggio, il ministro degli esteri Yamada Kenji ha guidato una missione commerciale nello stesso Mozambico e a Mauritius. La missione, congiunta fra settore pubblico e privato, è stata orientata alla promozione del commercio e degli investimenti giapponesi in Africa e comprendeva, oltre al capo delegazione, un insieme di imprenditori del mondo del commercio, dell’energia, delle costruzioni e delle start-up. L’impegno nipponico si è poi completato con la missione del ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria giapponese, Yasutoshi Nishimura, che ad agosto si è recato in diversi Paesi subsahariani: Angola, Namibia, Madagascar, Repubblica Democratica del Congo e Zambia. Si tratta di Paesi ricchi di materie prime strategiche per molte delle filiere industriali giapponesi, compresi giacimenti di terre rare e minerali critici: rame e cobalto congolesi, la miniera di nichel-cobalto di Ambatovy in Madagascar, i medesimi materiali in Zambia e il sito di Lofdal in Namibia, in cui si estraggono terre rare pesanti come disprosio e terbio.
Altro ambito trattato nel tour di Nishimura è il supporto nipponico al rilancio del consorzio Lobito Atlantic Railway, infrastruttura ferroviaria chiave per unire i maggiori produttori di terre rare, Angola, Zambia e Repubblica Democratica del Congo.
Al di là dei nuovi investimenti, il Giappone ha forti interessi in Mozambico legati all’estrazione del gas naturale liquefatto (GNL) nei giacimenti del nord del Paese. La Mitsui, una delle sōgō shōsha giapponesi, ovvero società di trading e investimento altamente diversificate nel business e con un ruolo chiave nell’economia giapponese in ordine al commercio globale, ha investito nel Mozambique LNG Project ed in particolare nel giacimento offshore dell’Area 1 di Rovuma in una joint venture composta da TotalEnergies (26,5%), ENH Rovuma (15%), Mitsui E&P Mozambico (20%), ONGC Videsh (10%), Beas Rovuma Energy Limite Mozambico (10%), BPRL Ventures Mozambico (10%), e PTTEP Mozambico (8,5%). Coerentemente a questi interessi, in parte minacciati dall’insorgenza jihadista a intensità variabile nel nord del Mozambico, il primo ministro Kishida ha dichiarato nel corso della sua recente visita che «il Giappone sosterrà finanziariamente la lotta al terrorismo» nella provincia settentrionale di Cabo Delgado.
Oltre al GNL, come accennato, il Giappone abbisogna di terre rare necessarie a sostenere la sua industria tecnologica. Proprio per questo, ad agosto, nel corso di un tour guidato dal ministro dell’Economia Nishimura, la Japan Organization for Metals and Energy Security (JOGMEC) ha siglato una serie di accordi con i Paesi dell’Africa subsahariana.
[1] Diversi dati circa gli investimenti giapponesi sono disponibili consultando il sito della Japan International Cooperation Agency (JICA) e quello del Ministero degli Affari Esteri del Giappone (MoFA)