Tra i paesi più piccoli del continente Sudamericano, l’Ecuador è salito alla ribalta nelle cronache internazionali degli ultimi mesi. All’inizio perché il Presidente della Repubblica Guillermo Lasso aveva invocato la cosiddetta “morte incrociata”, ovvero una procedura che consente al governo di sciogliere il parlamento e indire elezioni anticipate, per la prima volta nella storia del paese.
Poi il mondo intero è rimasto a bocca aperta per l’omicidio del candidato presidenziale anticorruzione Fernando Villavicencio, avvenuto lo scorso 9 agosto. Un commando di sei colombiani gli ha sparato al termine di un comizio elettorale.

L’assassinio rende manifesta una realtà che purtroppo molti nel paese avevano ben chiara dal 2021: l’Ecuador è diventato uno snodo nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti, con alcune zone piombate nella più completa insicurezza. E ciò sta spingendo sempre più ecuadoriani a migrare verso gli Stati Uniti.

Ma questi non sono gli unici motivi per cui la comunità internazionale guarda con attenzione a queste elezioni. Di recente, l’Ecuador ha fatto storia anche per essere stato il primo paese ad aver vietato con un referendum popolare le estrazioni petrolifere in una porzione dell’Amazzonia. Al prossimo governo spetterà dunque la sfida di trovare delle entrate alternative per 1,2 miliardi di dollari all’anno, secondo una stima del ministro dell’energia uscente Fernando Santos.

Una sfida non facile, amplificata dalla difficile situazione economica in cui versa il paese. Qualunque ricetta dovrà tenere conto di una caratteristica fondamentale dell’economia ecuadoriana, ovvero il non avere una moneta propria.

Ecco quindi quattro motivi per cui la comunità internazionale guarda con attenzione a queste elezioni in Ecuador.

Uno dei pochi paesi con un’economia dollarizzata

Chi vincerà la sfida si troverà davanti una situazione non semplice: il deficit fiscale alla fine di quest’anno toccherà 5 miliardi di dollari, ovvero quasi il 4% del PIL, mentre le proiezioni della Banca Centrale per il prossimo anno sono di una crescita attorno allo 0,8%.

Secondo il gruppo assicurativo Credendo, l’alto debito pubblico rimane l’ostacolo principale nell’attrarre investimenti dall’estero: alla fine del 2022, ammontava infatti al 57% del PIL.

Al momento, il maggior creditore del paese rimane la Cina, con cui le varie amministrazioni che si sono succedute da Rafael Correa in avanti hanno contratto prestiti per circa 18 miliardi di dollari. Ma alcuni economisti hanno criticato gli alti tassi di interesse concordati.

Nonostante tutto, l’Ecuador può vantare una certa stabilità monetaria e finanziaria, dato che è uno dei nove paesi che ha scelto di adottare il dollaro statunitense come propria valuta di corso legale. Una decisione che è tornata a essere dibattuta dagli economisti, dopo che il candidato alla presidenza dell’Argentina, Javier Milei, l’ha proposta anche per il suo paese (insieme all’abolizione della Banca centrale, però).

Le conseguenze immediate di abbandonare il Sucre nel 2000 furono devastanti per gli ecuadoriani, che, secondo la BBC, si ritrovarono con un cambio che si era moltiplicato per cinque.

Dopo 23 anni, però, la Banca Centrale dell’Ecuador ha misurato che il dollaro è servito al paese per combattere l’indisciplina fiscale, raggiungere una certa stabilità nei prezzi, aumentare il potere di acquisto dei cittadini e generare condizioni favorevoli per gli investimenti e la crescita. Fra il 1980 e il 1998, ad esempio, il paese aveva sofferto di un’inflazione media annua del 36,4%. Al contrario, fra il 2001 e il 2019, si è attestata al 4,5%.

Tra i maggiori critici della dollarizzazione ci fu invece l’ex presidente Rafael Correa. Secondo lui, la mancanza di una moneta propria costringeva il paese a rinunciare al principale meccanismo di coordinamento sociale ed economico a disposizione degli stati, fondamentale per riattivare l’economia.

Cattive notizie però per Milei: come diversi economisti, anche la Banca centrale sottolinea che la dollarizzazione è una scelta che genera benefici soprattutto per paesi di reddito basso e medio che affrontano sfide in termine di stabilità politica.

Uno snodo nel commercio internazionale di cocaina

Ma la dollarizzazione è anche una delle ragioni per cui i capitali della criminalità organizzata hanno iniziato ad affluire nel paese. Secondo l’Osservatorio Ecuadoriano sul crimine organizzato, l’Ecuador è infatti diventato attrattivo per i gruppi internazionali anche perché l’adesione al dollaro ha facilitato le transazioni delle attività illecite e il lavaggio del denaro sporco.

Unita alla limitata estensione territoriale del paese, alle sue buone infrastrutture, e alla presenza di una costa navigabile che permette la partenza di imbarcazioni praticamente da qualsiasi punto, l’Ecuador ha presto iniziato a fare gola alle reti del narcotraffico internazionale.

Il rapporto 2022 dell’Ufficio delle Nazioni Unite su Droga e Criminalità, stima infatti che il 74% del traffico di cocaina che raggiunge gli Stati Uniti parta principalmente dalla Colombia e dall’Ecuador.

All’inizio del XX secolo, la struttura criminale del paese si caratterizzava per la presenza di bande locali.  Tra il 2010 e il 2015, il monopolio di queste attività era indiscutibilmente del gruppo dei Los Choneros. Ma con l’aumento del flusso della polvere bianca attraverso l’Oceano Pacifico, organizzazioni criminali internazionali e anche attori statali corrotti sono andati vincolandosi sempre di più alle attività del narcotraffico.

A partire dal 2020, l’Ecuador attraversa così un periodo di conflitto fra i vari gruppi locali, con le grandi organizzazioni criminali internazionali, come il Cartello di Sinaloa messicano, il nuovo cartello di Jalisco o le mafie provenienti dai paesi balcanici che cercano di stringere i migliori accordi.

A partire dal 2019, gli omicidi intenzionali sono così cresciuti vertiginosamente, arrivando a un record di 4.824 nel 2022. Cifra che però è stata già superata quest’anno, che conta 5.320 morti per crimini violenti.

L’influenza dei gruppi criminali nel paese si è resa evidente durante la campagna elettorale, che è stata costellata di atti di sangue: ben tre politici locali sono stati assassinati negli ultimi quattro mesi, mentre a luglio è scoppiato l’ennesima rivolta carceraria, che si è conclusa con un bilancio di 31 morti. Squartati, per la precisione.

La sfida di un’economia post-estrattivista

Con quasi il 59% dei voti, lo scorso 20 agosto gli ecuadoriani hanno scelto di bloccare l’attività di estrazione petrolifera nel blocco Ishpingo-Tambococha-Tiputini (ITT) nella riserva della biosfera del parco nazionale dello Yasuní. Per gli ambientalisti che hanno proposto e lottato per ottenere il referendum per dieci anni, questo risultato permetterà di proteggere una delle foreste pluviali con maggiore biodiversità sul pianeta, difendendo alcune delle ultime comunità indigene che hanno scelto di vivere in isolamento volontario. Inoltre, forzerà il prossimo governo a compiere i primi passi verso un’economia non più basata sull’estrazione dei combustibili fossili.

Ma per l’esecutivo sarà un bel grattacapo, dato che l’industria del petrolio rappresenta circa l’11,3% del PIL nazionale e provvede a circa un terzo delle sue entrate annuali, secondo stime dell’associazione nazionale di produttori di idrocarburi. Il voto dovrebbe infatti ridurre, secondo Reuters, la produzione di petrolio ecuadoriana del 12%.

Il referendum è poi arrivato nel momento in cui il futuro dei combustibili fossili in America Latina sta venendo per la prima volta messo in discussione: lo scorso anno, infatti, il governo colombiano di Gustavo Petro ha dichiarato di non voler concedere autorizzazioni per nuove esplorazioni.

Secondo l’Energy Institute, al momento il Centro e il Sud America rappresentano circa il 6,8% della produzione mondiale di petrolio.

In agosto, solo quindici giorni prima del plebiscito ecuadoriano, Petro ha cercato di convincere anche le altre otto nazioni che condividono la foresta amazzonica a adottare una simile risoluzione. Con scarsi risultati.

Ma il voto popolare ha galvanizzato gli attivisti in tutto il continente. Alcuni, come Kevin Koenig di Amazon Watch, sono convinti che sarà sempre più difficile per le compagne petrolifere ottenere finanziamenti internazionali per progetti che prevedano, ad esempio, esplorazioni nella foresta amazzonica.

La seconda nazionalità più in fuga verso gli Stati Uniti

Nonostante abbia una popolazione di soli 17 milioni di abitanti, gli ecuadoriani sono –secondo El País- la seconda nazionalità che si ammassa ad attraversare la foresta del Darién, uno dei punti più pericolosi utilizzati dai migranti sudamericani per raggiungere gli Stati Uniti. L’Ufficio Migrazione di Panamà stima che siano stati 34.357 gli ecuadoriani che l’hanno percorso nei primi sette mesi di quest’anno, più di tutto l’anno precedente.

I numeri hanno iniziato a impennarsi dopo la pandemia di Covid, e ora si stanno esacerbando per la crisi dell’insicurezza che vive il paese. Nell’ultimo anno sono state 114.000 le persone che hanno abbandonato il paese.

Con questi ritmi, l’Ecuador entra dunque nella discussione globale su come gestire i flussi migratori che dal sud del continente si muovono verso il nord. Ma questi numeri rischiano anche di portare a una crisi con cui il prossimo esecutivo dovrà fare i conti

Un governo a tempo

Ad affrontarsi sono due candidati che fino a pochi mesi fa erano sconosciuti agli stessi ecuadoriani. Luisa González, assembleista del partito di sinistra della Rivoluzione Cittadina, e Daniel Noboa, esponente di centro senza partito, supportato da un cartello di firme, ma soprattutto figlio del maggior magnate delle coltivazioni ed esportazioni di banana dell’Ecuador.

Ben più conosciuti sono invece i loro padrini: González è espressione diretta di Rafael Correa, fondatore del partito e presidente dell’Ecuador dal 2007 al 2017. Correa oggi vive in Belgio e sulla sua testa pende una condanna per corruzione, che l’ex-presidente ha sempre respinto come persecuzione politica. Ed è stato l’artefice dell’importante sviluppo del paese, ma anche del suo indebitamento. Una parte degli ecuadoriani lo vede come il fumo negli occhi, ma González ha già dichiarato che sarà uno dei suoi principali assessori.

Il padre di Noboa, Álvaro, è lui stesso un volto noto della politica ecuadoriana, dato che tentò di arrivare al potere per ben cinque volte, senza mai riuscirci. L’ultima sconfitta la soffrì nel 2016 proprio per mano dello stesso Correa.

I sondaggi durante il secondo turno hanno finora dato per favorito Noboa, ma González ha lentamente assottigliato il margine, e oggi l’alto numero di indecisi rende difficile prevedere il risultato. Chiunque vincerà le elezioni avrà a disposizione solo 16 mesi per governare, e dovrà quindi fare delle scelte drastiche. Non sarà semplice, dato che, al primo turno, nessuna delle quattro forze con rappresentanza in parlamento ha ottenuto la maggioranza netta dei seggi. E già l’esecutivo dell’attuale presidente Lasso si è distinto per una costante battaglia con l’assemblea.

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