Se nel 2022 si era celebrato il decennale dell’ascesa al potere di Xi Jinping – diventato Segretario Generale del Partito Comunista Cinese (PCC) nell’autunno del 2012 – il 2023 è l’anno del decennale delle politiche manifesto del leader cinese. Si tratta della Belt and Road Initiative (BRI) sul piano della politica estera e, su quello della politica interna, delle riforme economiche e organizzative del Terzo Plenum del diciottesimo Comitato Centrale del PCC. E queste ricorrenze  anticipano il prossimo appuntamento politico cinese. Tra fine ottobre e novembre, in una data non ancora comunicata, si terrà il Terzo Plenum – terza riunione plenaria in un ciclo quinquennale che ne prevede in totale sette – dell’attuale, il ventesimo, Comitato Centrale del PCC. Si tratta di un passaggio determinante per la definizione della futura direzione dell’azione politica cinese.  

BRI: bilanci e revisioni

Il decennale della BRI è stato onorato con la terza edizione del suo summit di riferimento, ovvero il Belt and Road Forum for International Cooperation che si è svolto il 17 e 18 ottobre alla presenza di 23 capi di Stato, in calo rispetto all’edizione del 2019, e dei rappresentanti di 130 Paesi. L’evento è stata un’occasione per riflettere sullo stato attuale di una iniziativa che ha sicuramente contribuito a definire l’agenda internazionale degli investimenti all’estero cinesi, in particolare nei Paesi in via di sviluppo. Tra quanto emerso dall’incontro spiccano la presenza di Putin, accolto con grandi onori, la partecipazione dei Paesi del Global South, l’assenza dell’Europa (con l‘eccezione di Ungheria e Serbia) e dell’Italia – impegnata a gestire una uscita ordinata dalla BRI – e un ripensamento dell’iniziativa. In particolare, Putin è stato posto quasi su un piano paritario con Xi, confermando l’intesa dei due leader nell’obiettivo di revisione dell’architettura internazionale. Anche per questo spicca la presenza dei Paesi del Sud Globale. 

Se la BRI viene vista con sospetto in Occidente, l’iniziativa sembra avere ancora appeal nei Paesi in via di sviluppo e, soprattutto, va legata alla più ampia azione di Xi Jinping per rafforzare la proiezione cinese all’estero. Infatti, nonostante la parte più nota sia quella infrastrutturale, in realtà la BRI non si ferma a questo, ma va intesa come una strategia di sviluppo su scala globale. La logica di fondo è si quella della connettività ma, soprattutto, quella del concetto di mutuo beneficio (win-win cooperation) tra i Paesi aderenti. Con queste premesse, Pechino punta a facilitare l’accoglienza dei propri investimenti, narrandoli come di interesse dei Paesi riceventi. In ogni caso, gli investimenti cinesi all’estero sono necessari per scopi economici interni, quali trovare uno sfogo alla sovracapacità produttiva dell’industria, nuove opportunità di investimento più redditizie dei mercati domestici ormai saturi, nuovi mercati per le merci cinesi – soprattutto per quelle prodotte nelle regioni interne e lontane dal mare – e garantirsi l’accesso a materie prime.  

Questi obiettivi e azioni in tal senso erano già esistenti prima del lancio della BRI, ma sono state riunite sotto una narrazione coerente che veicolava il tema dell’interesse reciproco, della Cina e di chi riceveva l’investimento, attraverso il richiamo storico alla Via della Seta, un elemento condiviso da tutti i Paesi euroasiatici che fanno risalire al periodo storico tra il II secolo a.C. al XVI secolo d.C., in parte anche idealizzandolo, una fase di prosperità dovuta all’interscambio. Questa promessa di prosperità, presentata soprattutto dal punto di vista del miglioramento della propria connettività marittima e terrestre, affiancata da una bassa condizionalità degli investimenti finanziari cinesi, ha rappresentato il principale incentivo all’adesione. 

Tuttavia, nei dieci anni di messa in pratica, la BRI ha sostanzialmente fallito nel mantenere fede a tale promessa di prosperità. Inoltre, gli investimenti cinesi in Paesi a rischio si sono rivelati effettivamente problematici, causando perdite per le aziende coinvolte. Per queste ragioni, nel rilanciare la BRI, Xi ha insistito su una iniziativa più snella e sostenibile di quanto non fosse al momento della sua ideazione. Nel sottolineare i punti di debolezza della BRI, non si può non notare come, però, sia stata in grado di dettare le priorità dell’agenda internazionale sul fronte degli investimenti nei Paesi in via di sviluppo. Infatti, come reazione al lancio dell’iniziativa cinese  sono stati promossi negli anni diversi piani infrastrutturali quali il Global Gateway lanciato dall’Unione Europea, la Partnership for Global Infrastructure and Investment(PGII, ex Build Back Better World) spinta dagli Stati Uniti e dal G7, e il Corridoio India–Medio Oriente–Europa (IMEC), mentre a livello di iniziative di singoli Stati si segnalano la Clean Green Initiative lanciata dal governo UK e la Partnership for Quality Infrastructure giapponese. 

I piani appena citati si sono focalizzati sull’aspetto infrastrutturale, ma la BRI ha l’ambizione di essere qualcosa di più e certamente non è confinata geograficamente all’Eurasia: i suoi princìpi di fondo sono applicabili a ogni geografia. Infatti, nell’ultimo biennio le sono state affiancate altre tre iniziative in materia di sviluppo economico, sicurezza, e diritti umani – note come Global Development Initiative (GDI), Global Security Initiative (GSI) e Global Civilization Initiative (GCI) – che completano un pacchetto di beni pubblici” per la comunità internazionale che nelle intenzioni di Pechino devono accompagnare il rafforzamento della proiezione cinese all’estero.   

L’importanza del Terzo Plenum 

Se, dunque, la BRI è riuscita a ridefinire la narrazione internazionale, ma non ha portato i benefici che aveva promesso, anche sul piano interno le azioni proposte dieci anni fa si sono compiute solo in parte. Innanzitutto, è importante premettere le ragioni dell’importanza del “terzo Plenum” nel calendario politico cinese. Nella liturgia dell’azione coordinata del PCC e degli organi della Repubblica Popolare Cinese (RPC) le riunioni plenarie del partito si tengono tradizionalmente in autunno, mentre quelle della burocrazia in primavera. Quando ci sono i ciclici ricambi al vertice in occasione dei congressi, dunque, la successione temporale è: 1) riunione di partito in autunno con ricambi nel PCC; 2) riunione parlamentare in marzo con ricambi nel governo (Due Sessioni); 3) nuova riunione di partito in autunno a transizione di potere conclusa. Il Terzo Plenum, dunque, è il momento in cui la dirigenza presenta le linee politiche programmatiche del quinquennio dopo aver terminato il ciclo di ricambio dei vertici, un processo avviato lo scorso autunno (Xi Jinping confermato al terzo mandato da Segretario Generale) e concluso lo scorso marzo (Xi Jinping al terzo mandato da Presidente della RPC e Li Qiang nuovo premier). 

Il Terzo Plenum del 2013 è stato il primo momento in cui Xi Jinping ha potuto “governare” e il Terzo Plenum in arrivo è il primo del nuovo corso che si è aperto con l’ultimo Congresso del PCC (2022). Ma che cosa era emerso nel 2013? Due linee di fondo, una economica e una politica. Sul piano politico era emersa la volontà di centralizzare il potere nelle mani di Xi rinnegando l’ipotesi di condivisione del potere tra Xi Jinping e Li Keqiang (premier dal 2013 al 2023) come invece si era verificato durante il decennio precedente. Nel periodo al potere di Hu Jintao (2002-2012) si parlava, infatti, di amministrazione Hu-Wen, coinvolgendo pienamente nel processo decisionale anche Wen Jiabao (premier dal 2003 al 2013). Già nel 2013, alla prima occasione, Xi Jinping aveva di fatto posto le basi per la leadership personalistica che lo ha portato ad ottenere un inedito terzo mandato e a porsi come un leader sullo stesso piano, almeno, dei padri della patria Mao Zedong e Deng Xiaoping. 

La leadership personalistica si è pienamente compiuta anche con la scelta di Li Qiang come successore al ruolo di premier di Li Keqiang. Li Qiang è ritenuto una persona senza un profilo politico autonomo da quello di Xi. Anzi, la sua promozione al vertice – dopo aver gestito malamente la pandemia a Shanghai nel 2022 in quanto capo locale del PCC – dipende del tutto da logiche di fedeltà personale, una costante per quanto riguarda le ultime promozioni di Xi. Il legame fiduciario, però, ha già dato prova negli ultimi mesi di rappresentare un fattore di debolezza. È emblematico, da questo punto di vista, il percorso politico di Qin Gang. Rapidamente asceso da capo del cerimoniale di Xi a Ministro degli Esteri è stato destituito probabilmente per una relazione extra-coniugale avvenuta ai tempi in cui svolgeva l’incarico di ambasciatore a Washington. L’instabilità al potere non si è limitata a colpire il Ministero degli Affari Esteri, ma ha comportato anche la rimozione del Ministro della Difesa Li Shangfu. Il destino del responsabile della difesa è stato ufficializzato senza ulteriori dettagli il 24 ottobre, dopo che per due mesi era scomparso dalla vita pubblica. Se la forte centralizzazione può essere utile nel momento di prendere decisioni importanti, diventa un rischio quando assume la forma di potere arbitrario, come nel caso di promozioni e destituzioni fiduciarie o di scelte radicali come la gestione della pandemia. 

Riforme interne addio?

La centralizzazione avviata nel 2013, tra l’altro, era stata giustificata con l’idea di far avanzare rapidamente le riforme economiche, il secondo aspetto emerso in quel Terzo Plenum. A rileggere le cronache di dieci anni fa, appare chiaro come il messaggio comunicato dal governo cinese fosse quello di puntare definitivamente sulle riforme di mercato, un messaggio accolto con grandi aspettative in Occidente. Un documento approvato al Terzo Plenum annunciava riforme strutturali a livello fiscale, la revisione del modello di finanziamento tra centro e periferia e, soprattutto, la riduzione del ruolo delle imprese di Stato in favore degli attori privati. Ma per portare avanti queste politiche Xi avrebbe dovuto sconfiggere le resistenze delle fazioni del PCC con rendite economiche e politiche, tanto è vero che tra le primissime azioni si evidenziò una durissima campagna anti-corruzione. 

Negli anni successivi, tuttavia, allo smantellamento delle fazioni rivali non ha fatto seguito l’avanzamento delle riforme. Al contrario, Xi Jinping si è sempre più arroccato nella solidità del partito, nell’esigenza di assicurare il primato della politica e del partito sull’economia e sulla messa in sicurezza dell’economia cinese dall’esposizione a Paesi stranieri. Se le prospettive del 2013 erano di una Cina più aperta e più libera da vincoli ideologici, in realtà dieci anni dopo il controllo è aumentato. Tra i fattori che hanno portato a questo esito ci possono essere sia un’insicurezza di fondo di Xi rispetto alla libertà di impresa e al ruolo che avrebbero potuto giocare soggetti con potere economico da disporre autonomamente dal partito, sia la crescente competizione geoeconomica con gli Stati Uniti, che ha convinto il leader cinese a considerare l’economia come uno strumento della potenza dello Stato e, dunque, come un ambito da regolare. 

Le aspettative per il Terzo Plenum in arrivo, allora, sono piuttosto basse. È difficile immaginare che ci possano essere ritorni di fiamma per le riforme di mercato. È più probabile, invece, che ci possano essere delle proposte – che poi andranno implementate e verificate – per risolvere alcuni dei problemi strutturali dell’economia cinese, come i bassi consumi, l’esigenza di attrarre investimenti esteri e la riduzione dell’indebitamento. Le scelte fatte vanno però contestualizzate in un processo decisionale fortemente personalizzato e in un contesto internazionale caratterizzato dalla competizione geoeconomica con gli Stati Uniti e dalla ricerca cinese di attrarre i Paesi in via di sviluppo nella propria orbita.  

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