La crescita economica del Brasile è andata molto meglio del previsto nella prima metà dell’anno. È destinata a durare nel breve periodo? E, più a lungo termine, riuscirà la maggiore economia dell’America latina a scrollarsi di dosso diversi decenni di crescita quasi ininterrottamente asfittica? La risposta breve alla prima domanda è: no, da quello che ci dicono i primi dati sul secondo semestre. Alla seconda: dipende, dalle condizioni internazionali, ma soprattutto dal Brasile stesso.
“La performance dell’economia brasiliana ci ha sorpreso per la sua forza”, ha detto il direttore per l’America Latina del Fondo Monetario internazionale (FMI), Rodrigo Valdes. La banca centrale brasiliana ha rivisto al rialzo le sue previsioni per il 2023 dal 2% al 2,9%. L’FMI ritiene che farà ancora meglio, al 3,1%. Il vigore dell’espansione, che per il Fondo supererà quindi il 2,9% fatto registrare l’anno scorso (era stata del 5% nel rimbalzo post-Covid del 2021), è dovuto soprattutto alla ottima annata del settore agricolo, grazie anche alle favorevoli condizioni atmosferiche, sostiene Alejandro Werner, dell’Americas Institute della Georgetown University. Gli altri fattori di spinta, secondo Werner, sono stati la maggiore resilienza dell’economia ai passati rialzi dei tassi d’interesse e l’allentamento della politica fiscale.
Alcuni di questi fattori, soprattutto il boom agricolo, sono però transitori, mentre l’espansione di manifatturiero e servizi resta modesta. I primi indicatori del secondo trimestre indicano già una frenata, tanto che per il 2024 la banca centrale prevede una crescita dell’1,8% e il Fondo Monetario dell’1,5. Crescita e inflazione scenderanno in parallelo, sempre secondo l’FMI. Sul fronte dell’inflazione, ci sono buone notizie: a ottobre è del 5,19, in brusca discesa dopo il balzo al 12% dell’aprile 2022, subito dopo lo “shock Ucraina”. Resta al di sopra della meta della banca centrale del 3%, ma dovrebbe rientrare già nei prossimi mesi nella banda di oscillazione tollerata dall’autorità monetaria (fra l’1,5 e il 4,5%). La banca centrale si era mossa in anticipo, anche rispetto a molte controparti dei Paesi avanzati, tenendo contro delle tensioni inflazionistiche che montavano fin da prima della guerra, e aveva iniziato ad alzare i tassi d’interesse già nel marzo 2021. Dopo una serie di 12 rialzi, che hanno portato il tasso Selic, il principale riferimento della politica monetaria, al 13,75%, le autorità brasiliane hanno ritenuto che fosse il momento di allentare la stretta e hanno già messo in atto due tagli da 50 punti base l’uno e prevedono di poterne realizzare altri della stessa entità nelle prossime riunioni.
Il prossimo futuro resta difficile da decifrare, soprattutto alla luce dell’incertezza sull’economia globale. “È troppo presto per dire se quello che sta succedendo in Medio Oriente avrà un impatto – dice Valdes, del Fondo Monetario – ma certamente allunga un’ombra nera sugli scenari”. Il quadro internazionale, anche per le turbolenze geopolitiche e le ripercussioni che possono avere sull’inflazione, si è peraltro indebolito un po’ dappertutto nel secondo semestre e, in particolare, in due economie molto importanti per il Brasile, la Cina e l’Argentina. Inoltre, il rialzo dei tassi da parte delle banche centrali maggiori, con l’intenzione di mantenerli “più alti più a lungo”, non potrà non avere effetti sulla liquidità internazionale. Per il Governo Lula, insomma, le condizioni globali non sono così favorevoli come quelle che poté cavalcare all’inizio degli anni Duemila insieme al boom delle materie prime. Queste ultime, oggi, possono avvantaggiare un Paese come il Brasile che può essere considerato un “sostituto” di Russia e Ucraina su molti mercati, ma sono anche soggette a una fortissima volatilità creata dalla geopolitica.
Il Fondo Monetario si è speso in elogi sia della politica monetaria, sia della politica fiscale brasiliana. “Le prospettive della gestione macroeconomica brasiliana sono migliorate”, ha detto Valdes. Sulla politica fiscale, l’FMI plaude all’approvazione da parte del Governo di una nuova regola di bilancio che mette un tetto all’aumento in termini reali della spesa pubblica legato all’andamento delle entrate; sul rispetto di tale regola, tuttavia, molti economisti brasiliani sono altamente scettici. Intanto, però, il Brasile muoverà più lentamente di altri Paesi sul percorso dell’aggiustamento dei conti pubblici, secondo Werner, di Georgetown, e questo porterà a un aumento del debito pubblico, nelle proiezioni dell’FMI dall’88% del Prodotto interno lordo di quest’anno a circa il 100% nel 2028, la peggior evoluzione fra i grandi Paesi latinoamericani (Argentina esclusa). “Il problema delle finanze pubbliche sarà con noi per molto tempo – dice Valdes – e il debito futuro è destinato a rimanere troppo alto”. Il Governo non sembra però, per ragioni politiche, avere intenzione di accelerare l’aumento del surplus primario (al netto della spesa per interessi).
Tuttavia, la vera sfida del Brasile è di lungo termine, avendo fatto peggio nei decenni recenti di alcuni pari nella regione, come il Cile, ma soprattutto degli emergenti dell’Asia. Per recuperare terreno, l’economia avrebbe bisogno per esempio, secondo l’FMI, di una maggiore apertura al commercio sia con gli altri Paesi dell’America latina sia con il resto del mondo, apertura cui hanno resistito storicamente sia l’establishment industriale brasiliano sia la diplomazia. A partire dagli anni 80, il reddito pro capite dei brasiliani, che aveva ridotto il divario con gli Stati Uniti fin dall’immediato Secondo dopoguerra, è scivolato indietro e oggi si colloca al 20% del livello USA. Se la sfida è la produttività, fatto 100 il valore su cui si attestava il Brasile del 1980, oggi si trova sotto 70, mentre la Cina è cresciuta a 120, la Tailandia a 190, Taiwan a 210. Insomma, non uno, ma diversi “decenni perduti”.
Un recente rapporto del Group of Thirty, un “club” di eminenti personalità fra cui Mario Draghi, ricorda tutti gli elementi del famigerato “custo Brasil”, il costo di fare attività economica in Brasile: protezionismo, scarso investimento in infrastrutture, istruzione di bassa qualità, diffusione del lavoro nero, sussidi e bonus che servono gli interessi corporativi dell’industria e del sindacato che hanno “catturato” lo Stato, burocrazia eccessiva, corruzione. Ma il fattore che fa da sfondo a tutti gli altri, sostiene lo studio, guidato dal rispettato ex governatore della banca centrale, Arminio Fraga, è il problema politico di affrontare l’eterna questione fiscale, mettendo le mani sulla spesa pubblica, spesso clientelare, a fronte di una tassazione già alta. La preoccupazione del rapporto è che, con la polarizzazione della politica brasiliana, al populismo di sinistra di lunga data si contrappone oggi il populismo di destra, rendendo ancora più complicato realizzare le riforme strutturali per risolvere i nodi della bassa crescita e delle enormi disuguaglianze. Ci sono però scarse indicazioni, afferma il Group of Thirty, che il Governo Lula intenda affrontare le sfide strutturali di lungo termine.
Quasi tutti gli osservatori concordano che viceversa il Brasile possa beneficiare della transizione energetica. Avendo la presidenza di turno del G-20 nel 2024, il Governo ha la possibilità di spingere su questo tasto, considerando fra l’altro che la comunità internazionale dà credito al presidente Lula sulle questioni ambientali e ha tirato un grosso sospiro di sollievo su questo fronte per la mancata riconferma del negazionista climatico Bolsonaro. Il Brasile è già oggi un Paese che deriva una parte considerevole dell’energia da fonti rinnovabili e inoltre può emergere come produttore di metalli critici per la transizione energetica. La “crescita verde”, secondo l’ultimo rapporto del Fondo Monetario sul Brasile, può essere una delle sorprese positive da qui in avanti.