Non sono gli Accordi di Abramo ma la distensione regionale tra Arabia Saudita e Iran a rischiare di più con la nuova, vecchia guerra fra Hamas e Israele. Un conflitto potenzialmente dirompente per gli equilibri del Medio Oriente, i cui confini bellici sono ancora tutti da definire. Certo, la durissima reazione di Israele all’attacco, con modalità terroristiche, di Hamas metterà sotto pressione i governi arabi del Golfo, specie se l’assedio di Gaza dovesse prolungarsi a lungo, generando ulteriore rabbia tra le opinioni pubbliche arabe.

Ma è troppo presto per considerare chiusa la stagione degli Accordi di Abramo (con cui Emirati Arabi Uniti e Bahrein riconobbero Israele nel 2020), né tanto meno quella della normalizzazione diplomatica in corso fra Arabia Saudita e Israele. La guerra rallenterà questo processo, di natura storica, che è tuttavia destinato a continuare, almeno come dialogo informale poiché è il frutto di una ´tela strategica` più ampia, facilitata da un cambio generazionale fra le classi dirigenti arabe del Golfo.

Per l’Arabia Saudita, questa guerra rappresenta un passaggio di politica estera delicatissimo, nonché un test di leadership per il principe ereditario Mohammed bin Salman. Il quale non può permettersi un vistoso riposizionamento saudita su Israele, poiché si era già spinto molto in avanti (“ogni giorno ci avviciniamo di più a un accordo”, dichiarava MbS appena due settimane fa in un’intervista americana) e la normalizzazione è il perno di troppe partite fondamentali per il regno.

Oltre gli appelli alla de-escalation: la polifonia delle monarchie del Golfo

Le monarchie del Golfo stanno reagendo con voci diverse alla guerra tra Hamas e Israele. Tutti hanno invitato le parti alla moderazione, ma Emirati Arabi e Bahrein, firmatari degli Accordi di Abramo, hanno preferito soffermarsi soprattutto sulla preoccupazione per i civili e gli ostaggi. Tra l’altro, gli emiratini sono attualmente membri-non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. L’Arabia Saudita ha rimarcato di aver ammonito il governo israeliano “dei pericoli di un’esplosione della situazione a causa delle sue politiche di occupazione” e non ha fin qui apertamente condannato l’azione di Hamas. Le dichiarazioni ufficiali del Kuwait e del Qatar sono state ancora più dure verso Israele, con Doha che ha accusato il governo israeliano di essere “il solo responsabile dell’escalation in corso”. Dal 2014, il Qatar fornisce importanti aiuti economici alla Striscia di Gaza, ospita parte della dirigenza politica di Hamas tra cui il leader Ismail Haniyeh e ha un solido canale di dialogo con il movimento-milizia palestinese, oltreché con gli iraniani.

Israele, USA, economia e Iran: perché la guerra danneggia l’Arabia Saudita

La guerra fra Hamas e Israele danneggia gli interessi regionali dell’Arabia Saudita per almeno tre motivi. Il primo è la normalizzazione diplomatica con Israele. Mohammed bin Salman sta utilizzando il possibile riconoscimento di Tel Aviv per rinegoziare la relazione speciale dei sauditi con gli Stati Uniti: il fine è ottenere dagli americani garanzie di sicurezza in caso di attacco a Riyadh e sostegno al programma nucleare del regno per scopi civili. Lo stop ai negoziati diplomatici con Israele rallenterebbe però anche gli altri due dossier cari ai sauditi, proprio nel momento in cui l’Iran e gli attori armati non-statali a esso legati aumentano il livello della minaccia regionale.

Il secondo motivo è l’economia. La nuova, vecchia guerra tra Hamas e Israele ha un’evoluzione ancora imprevedibile e il rischio che il conflitto si allarghi è inaccettabile soprattutto per l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo che hanno messo l’economia al primo posto. Certo, il probabile rialzo del prezzo del barile di greggio favorisce le casse di Riyadh. Ma “Vision 2030”, ovvero il piano saudita di trasformazione economica post-oil, necessita di stabilità regionale, poiché si basa su investimenti stranieri, infrastrutture, grandi eventi, turismo. Questo conflitto, invece, può riaprire contrapposizioni e rivalità inter-statali, minando il clima di dialogo e cooperazione economica nella regione.

Il terzo motivo è l’Iran. Hamas è un attore finanziato, armato e addestrato da Teheran. Se venisse accertata la responsabilità della Repubblica Islamica nella pianificazione del sofisticato attacco sferrato da Hamas contro Israele, le fondamenta della distensione tra sauditi e iraniani sarebbero a rischio. Ancor di più se altri attori armati filo-iraniani, come gli Hezbollah libanesi e le milizie sciite siriane, dovessero entrare nel conflitto o compiere significativi attacchi. Nell’intesa siglata in Cina nel marzo 2023, Arabia Saudita e Iran si sono accordate sulla non ingerenza negli affari reciproci: tuttavia, il ruolo offensivo delle milizie filo-iraniane e il loro arsenale missilistico sono –ancor prima del nucleare di Teheran- la vera preoccupazione di Riyadh e delle monarchie, poiché destabilizzano la regione.

Due consapevolezze

Per il Medio Oriente, questa guerra è un potenziale ´vaso di Pandora`. Per l’Arabia Saudita, il conflitto offre una prova di maturità politica a Mohammed bin Salman dalle ricadute regionali e interne. Il principe ereditario dovrà mostrare una leadership forte, cercando di bilanciare spinte contrapposte, coniugando cioè il tradizionale sostegno alla causa palestinese con gli obiettivi sauditi di oggi, nonché con due nuove consapevolezze.

La prima di esse riguarda la pericolosità dell’estremismo islamico e del terrorismo di matrice islamista, che la guerra tra Hamas e Israele potrebbe risvegliare, anche negli altri paesi del quadrante. Il regno saudita lo ha già sperimentato, e sconfitto, tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, quando la cellula saudita di al Qaeda attaccava obiettivi stranieri, forze di sicurezza e tentò persino di uccidere l’allora vice ministro degli interni Mohammed bin Nayef (era il 2009). Un tema fondamentale per il principe ereditario, che sta provando a ridefinire l’identità saudita depotenziandone la connotazione religiosa.

La seconda consapevolezza è la centralità della difesa dei confini nazionali. Negli ultimi anni, l’Arabia Saudita ha provato –con proporzioni completamente diverse da Israele- cosa significhi essere attaccata sul proprio territorio con missili e droni. La guerra in Yemen, peggiorata proprio dall’intervento militare dei sauditi, ha generato uno stillicidio di attacchi degli houthi contro obiettivi sauditi. E poi c’è stato l’attacco di matrice iraniana a Saudi Aramco nel 2019. Anche gli Emirati Arabi hanno sperimentato attacchi, all’inizio del 2022, sempre per mano degli houthi. Per Riyadh, Abu Dhabi e le monarchie del Golfo, il tema della sicurezza nazionale è quindi più che mai prioritario e i gruppi armati non-statali filo-Iran sono una minaccia da contenere.

Queste due consapevolezze, unite alle ragioni economiche e di leadership, rendono l’abbandono dello ´schema di Abramo` da parte saudita un’ipotesi ancora remota, seppur sia diventato un obiettivo più difficile di pochi giorni fa. Un percorso però ancora possibile, nonostante un’imprevedibile guerra.

magnifier linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram