La Federal Trade Commission (FTC) e 17 stati americani hanno fatto causa ad Amazon per concorrenza sleale. L’accusa sostiene che il colosso fondato da Jeff Bezos, di fatto goda di un regime di monopolio illegale sul settore della vendita online, soffocando la concorrenza e distorcendo il mercato. Il procedimento costituisce il più grande attacco al gigante dell’e-commerce e uno dei più grandi mai intentati finora nei confronti delle Big Tech, che secondo la FTC hanno eluso il controllo normativo per decenni. Ma negli Stati Uniti i problemi non risparmiano neanche la ‘old economy’ e in particolare quello che un tempo era un settore portante dell’economia nazionale: l’industria automobilistica. Da settimane i lavoratori del settore incrociano le braccia in oltre 38 stabilimenti in 20 stati del paese. È un’azione senza precedenti, la prima concertata dalla Uav, il sindacato di categoria, che investe tutte le grandi case automobilistiche per lamentare il mancato rinnovo del contratto. Un vero e proprio terremoto in un comparto cruciale che non poteva non attrarre l’attenzione della politica ai più alti livelli. Così ieri Joe Biden si è recato a Detroit, unendosi a un picchetto di lavoratori in sciopero. Una prima per un presidente degli Stati Uniti, che ha incoraggiato i lavoratori “che meritano una quota equa della ricchezza che contribuiscono a creare”. L’inquilino della Casa Bianca – alle prese con il rischio di uno shutdown federale – ha anticipato così di un giorno il rivale Donald Trump, che parlerà in un negozio di componenti per auto mentre dalla California andrà in onda il secondo dibattito tv tra i suoi rivali repubblicani che aspirano alla nomination.

Quella contro Amazon non è la prima né sarà l’ultima delle cause intentate contro una Big Tech. Ma a finire alla sbarra con la creatura di Jeff Bezos è un business da 1300 miliardi di dollari che con oltre un milione di dipendenti in 45 stati è il secondo più grande datore di lavoro privato negli Stati Uniti. Inoltre, il procedimento è un test cruciale per l’amministrazione Biden, che punta a limitare il potere dei colossi del digitale. In queste settimane, infatti, il dipartimento di Giustizia sta seguendo un processo antitrust contro Google, mentre la FTC ha intentato una causa anche contro Meta, che possiede Instagram, Facebook e WhatsApp. Amazon però è considerato il ‘pesce grosso’ e al suo inseguimento l’amministrazione Biden ha nominato Lina Khan, presidente dell’organismo antitrust, nota per aver pubblicato nel 2017 un articolo intitolato Amazon’s antitrust paradox in cui sosteneva che le leggi americane non erano riuscite a frenare l’ascesa di un’azienda che aveva di fatto stabilito un monopolio illegale nel settore della vendita online, accumulando un potere incontrastato su clienti, concorrenti e fornitori. “La nostra denuncia espone come Amazon abbia utilizzato una serie di tattiche punitive e coercitive per mantenere illegalmente i suoi monopoli”, afferma la FTC in una nota secondo cui “Amazon punisce i venditori che fanno sconti pesanti rendendoli ‘effettivamente invisibili’ nei risultati di ricerca e costringendo i venditori a utilizzare la sua costosa rete logistica”.
A guadagnarsi le prime pagine dei quotidiani americani. Però. oggi sono gli scioperi nel settore automotive. Per la prima volta i lavoratori hanno incrociato le braccia contemporaneamente nelle Big Three, le tre grandi aziende americane del comparto: General Motors, Ford e Stellantis. La richiesta dei lavoratori è chiara: vogliono un aumento salariale del 40% in quattro anni, in linea con la crescita degli stipendi degli amministratori delegati nelle società dal 2019 ad oggi, una settimana lavorativa di 35 ore, maggior sicurezza e migliori assicurazioni sanitarie. In questo contesto, la decisione di Biden di recarsi a Detroit e dichiarare la propria solidarietà ai lavoratori è indubbiamente un gesto simbolico potente. Ma non è passato inosservato il fatto che il viaggio sia stato annunciato dopo che la Casa Bianca si è trovata sotto pressione su più fronti. La settimana scorsa, Trump aveva annunciato che si sarebbe recato in Michigan per parlare con gli attuali ed ex membri del sindacato. Il suo evento è previsto in concomitanza con il secondo dibattito delle primarie presidenziali repubblicane al quale, come già avvenuto per il precedente, il tycoon ha annunciato che non parteciperà.
La presenza di Biden e Trump in Michigan a distanza di poche ore non è un caso. L’ex presidente sa bene che la vera sfida – in vista del voto nel 2024 – si gioca a Detroit e non in California, mentre Biden spera che il risveglio operaio del Midwest possa giocare a suo favore, riportandogli nelle prossime elezioni una parte dei voti che nel 2016 i lavoratori delusi e arrabbiati avevano dato a Trump. “L’ex presidente che si presenta in Michigan sembra uno scherzo, ma non è divertente, soprattutto alla luce di ciò che ha promesso e che non ha mantenuto”, ha commentato l’ex speaker democratica al Congresso Nancy Pelosi. Parole che testimoniano del clima, reso ancor più incandescente dal fatto che gli Stati Uniti si trovano sull’orlo del loro ventiduesimo shutdown governativo in cinquant’anni. Ieri i leader del Senato hanno annunciato un accordo bipartisan per un provvedimento di spesa che eviterebbe il blocco delle attività amministrative per sette settimane, mantenendo gli attuali livelli di spesa sino al 17 novembre. Ma sull’intesa pesa l’incognita della Camera, dove i deputati trumpiani hanno minacciato di destituire lo speaker Kevin McCarthy se collaborerà con i democratici. Una situazione che testimonia come la polarizzazione a Washington stia mettendo a rischio le scelte di politica fiscale in un momento in cui crescono le preoccupazioni sulla capacità dell’economia e della politica di gestire il debito governativo.
Il commento
Di Mario del Pero, ISPI e Sciences Po
“Nella sfida lanciata dal sindacato statunitense ad alcuni grandi gruppi dell’industria automobilistica s’intrecciano tre differenti elementi. Il primo è ovviamente quello del rapporto di forza tra impresa e sindacato, con il secondo che rialza la testa e, forte di conquiste in altri settori, cerca di sfruttare una situazione ad esso favorevole come non accadeva da tempo. Il secondo è rappresentato da una transizione verso tecnologie “green”, largamente sussidiata dal Pubblico, che rischia di alterare questo rapporto di forza, anche perché molto minore è l’indotto sulla componentistica generato dalla produzione di auto elettriche. Terzo e ultimo: la politica. Che ha contribuito ad alimentare questo scontro, con politiche di re-industrializzazione declinabili trasversalmente, a destra come a sinistra, e che spiegano la competizione tra Trump e Biden nel sostenere le rivendicazioni sindacali in Stati potenzialmente cruciali alle Presidenziali del prossimo anno”.
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A cura della redazione di ISPI Online Publications (Responsabile Daily Focus: Alessia De Luca, ISPI Advisor for Online Publications)
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