Il Sud-Est asiatico viene spesso raccontato come una regione segnata da stridenti contraddizioni, nonché capace di fluttuare a cavallo fra una sfrenata modernità e un passato che non passa. Questa tensione è particolarmente visibile nel rapporto, spesso complicato, che intercorre fra economia e politica, il quale fa da sfondo a due visioni del mondo per molti versi antitetiche. Se da un lato, infatti, l’Asia di Sud-Est appare come una delle aree più dinamiche e innovative del pianeta nella difficile transizione verso un’economia post-industriale, dall’altro l’agone politico segnala la refrattarietà al cambiamento di classi dirigenti ancora fortemente legate a richiami conservatori e populisti, che hanno storicamente minato il consolidamento di pratiche liberali e democratiche.
Tale scarto è stato sostanzialmente riconfermato dal lungo filotto di elezioni e cambi al vertice che hanno segnato durante il biennio 2022–2023 la maggioranza dei Paesi della regione, fra cui la Malesia, il Vietnam, Singapore, la Cambogia, la Tailandia e le Filippine, mentre ci si avvia verso un altro significativo appuntamento elettorale con la tornata per le presidenziali indonesiane prevista nel febbraio del 2024.
In Tailandia, ad esempio, le elezioni tenutesi nel maggio di quest’anno avevano inizialmente rinfrancato gli auspici di coloro che puntano a costruire un ordinamento politico meno arbitrario, ponendo un argine alle frequenti invasioni di campo tanto della casa reale quanto delle forze armate. Giova ricordare, infatti, che a causa di queste frequenti ingerenze la Tailandia gode di un triste primato a livello regionale, avendo registrato ben 22 tentativi di golpe militari nell’ultimo secolo, 12 dei quali orchestrati con successo. Il simbolo di questa promessa di cambiamento era incarnato dal partito riformista Move Forward, che, da assoluto outsider, aveva colto nelle elezioni dello scorso maggio una storica vittoria, figurando come la formazione più votata dai tailandesi, specialmente fra le fasce d’età più giovani. Nel corso dei tre mesi successivi, tuttavia, il processo di formazione di un nuovo esecutivo guidato da Move Forward si è dapprima scontrato con le varie storture e le contraddizioni della politica tailandese, per poi arenarsi completamente, costringendo il leader di Move Forward, Pita Limjaroenrat, a farsi sostanzialmente da parte.
Questo sconfortante esito, che contraddice platealmente le istanze degli elettori tailandesi, è dipeso in massima parte dal primato detenuto dalle forze armate nell’arena politica del Paese, in special modo a seguito del colpo di Stato militare consumatosi nel 2014. Sin da allora, infatti, il senato tailandese è controllato da alti ufficiali dell’esercito privi di qualsivoglia mandato popolare, i quali agiscono come portavoce di un establishment conservatore che guarda a partiti progressisti e nati dal basso come Move Forward con malcelato timore. Dopo aver votato in ben due occasioni contro la nomina di Pita a primo ministro, aprendo così una pericolosa fase di impasse politica nel Paese, a fine agosto il Senato ha finalmente concesso il suo appoggio alla creazione di un nuovo governo, il quale è però guidato da forze che erano uscite largamente sconfitte dalla tornata elettorale di maggio.
Il nuovo premier Srettha Thavisin, non a caso, è espressione di un partito di centro-destra a vocazione populista chiamato Pheu Thai, fondato dal controverso imprenditore ed ex primo ministro tailandese Thaksin Shinawatra. Schieratosi inizialmente come alleato minore della coalizione guidata da Move Forward, ottenendo un risultato elettorale largamente inferiore alle attese, all’indomani del voto Pheu Thai avrebbe quindi raggiunto un cinico accordo con i militari. In ossequio ai termini di questa intesa, in luglio Pheu Thai si è progressivamente defilato dalla coalizione progressista, affossando così in modo definitivo la candidatura di Move Forward a formare un nuovo governo. In cambio di ciò, il Senato controllato dai militari ha quindi fornito a Pheu Thai i numeri necessari a creare un proprio esecutivo, dietro ulteriori rassicurazioni che quest’ultimo non scardinerà i vasti privilegi politici detenuti dalle forze armate e dalla casa reale. In questo modo, le forze della conservazione hanno disinnescato quella che percepivano come una minaccia potenzialmente esistenziale ai propri interessi e prerogative, mentre cresce la disillusione e la frustrazione della società civile rispetto a una politica tailandese che appare impermeabile a qualsiasi tentativo di riforma.
Se in Tailandia tutto cambia affinché nulla cambi davvero, l’immobilismo è la parola d’ordine da quasi quarant’anni anche della politica cambogiana, che è dominata da uno dei regimi più autoritari, violenti e reazionari dell’intera Asia. In questo caso, la chiamata alle urne per le elezioni del luglio scorso rispondeva all’esigenza del tutto cosmetica del regime di dare una parvenza di legalità e legittimità a un passaggio di consegne al vertice del Paese da padre a figlio. In linea con questo copione, il voto ha sancito il trionfo del Cambodian People’s Party, ovvero il soggetto partitico di stampo personalistico che dal lontano 1985 sorregge il potere autocratico del Primo Ministro Hun Sen. Ormai più che settantenne e minacciato dalla crescente opposizione delle fasce più giovani della popolazione, il più longevo leader asiatico (fatta eccezione per i governanti d’ascendenza reale) ha quindi sfruttato la vetrina data dalle elezioni per passare il bastone del comando al figlio Hun Manet, già protagonista di una fulminea ascesa nella gerarchia delle forze armate.
Dopo la nomina a Primo Ministro da parte di un parlamento che vede il Cambodian People’s Party controllare 120 seggi su un totale di 125, Hun Manet ha affrontato l’avvio della sua stagione da premier tendando di accreditarsi come un leader moderato e persino illuminato. Ciò nonostante, il recente passaggio di consegne al vertice della politica cambogiana appare ancora caratterizzato da notevoli incertezze. Al netto dei dubbi riguardo le credenziali pseudo riformiste di Hun Manet, è infatti lecito chiedersi se quest’ultimo goda davvero di un margine d’autonomia decisionale oppure se, come suggerito da molti, non rappresenti soltanto un paravento utilizzato per fornire nuova linfa all’ultradecennale dittatura del padre.
Nel complesso, pertanto, si può affermare che lo stato di salute delle pratiche democratiche e dei principi di rule of law nel Sud-Est asiatico sia sempre più precario, a causa di una deriva autoritaria e populista che interessa anche altre aree del globo, secondo una dinamica anche nota come democratic backsliding. Tale sensazione, peraltro, non può che venire ulteriormente rafforzata se si guarda alle caratteristiche e alla posta in palio della campagna elettorale che sta avendo luogo in questi mesi in vista delle elezioni presidenziali indonesiane, calendarizzate per il febbraio 2024. Celebrata negli ultimi vent’anni come il più fulgido esempio di democratizzazione in Asia Sudorientale, la stessa Indonesia non è immune a fenomeni di regressione illiberale, che hanno interessato anche il doppio mandato presidenziale di Joko Widodo, in carica dal 2014 e quindi prossimo ad un’uscita di scena. Emerso all’epoca come un outsider rispetto alle logiche clientelari e nepotistiche della politica indonesiana, che si era fatto largo dal basso partendo dal ruolo di sindaco di una cittadina e divenendo poi governatore di Jakarta, nel corso del suo decennio da presidente Widodo ha deluso le attese di molti, finendo per adattarsi a un sistema che prometteva di scuotere dalle fondamenta.
Durante il suo secondo quinquennio (2019–2024), in particolare, Widodo ha infatti corteggiato a più riprese tanto i potentati economici quanto le forze armate, che rappresentano la spina dorsale della classe dirigente del Paese sin dai tempi del regime di Suharto. La necessità di assicurarsi il loro sostegno, però, ha costretto il presidente tanto ad annacquare la propria agenda riformatrice su tematiche quali la lotta alla corruzione e il ruolo in politica dell’esercito, quanto a gestire con una logica clientelare il faraonico progetto di lavori pubblici atto a dotare l’Indonesia di una nuova capitale, per il quale è stato mobilitato un budget di 45 miliardi di dollari. In linea con questa filosofia, che si pone in netta continuità con i vizi antichi della politica indonesiana, nel corso degli ultimi cinque anni Widodo ha anche cooptato il suo arcirivale Prabowo Subianto, nipote dello stesso Suharto e già sconfitto dallo stesso presidente nelle elezioni del 2014 e del 2019. Il simbolo di quest’alleanza fra il populismo light di cui si è fatto portatore Widodo e quello molto più radicale che caratterizza la retorica di Subianto è stata la nomina dello stesso a ministro della Difesa all’indomani della tornata elettorale del 2019, la quale ha gettato le basi per l’ingresso del suo partito Gerindra nella maggioranza di governo, con l’effetto di privare il Paese di una reale opposizione al binomio fra i due ex rivali.
Per tutte queste ragioni, a pochi mesi dalla chiamata alle urne, Prabowo Subianto appare come il candidato da battere, sia in virtù del proprio strapotere economico rispetto ai principali antagonisti, sia per il tacito ma significativo endorsement fornitogli dallo stesso Widodo, il quale si appresta a concludere il proprio doppio mandato presidenziale con un tasso di consensi popolari vicino all’80%. Conscio del vantaggio di cui gode rispetto agli altri due e più inesperti candidati, ossia il riformista Anies Baswedan e l’ex governatore giavanese Ganjar Pranowo, la campagna elettorale di Prabowo ha quindi mirato a proiettare l’immagine di un leader affidabile e rassicurante, sebbene siano ancora vivi i ricordi delle sue invettive nazionaliste e islamiste in occasione delle tornate elettorali del 2014 e del 2019. Nelle ultime settimane, peraltro, le voci di una possibile rimonta nei sondaggi da parte di Ganjar Pranowo hanno persuaso l’ex ministro a richiedere un più incisivo supporto da parte del presidente uscente. In ossequio alle logiche nepotistiche di casa in Indonesia, Prabowo Subianto avrebbe persino offerto al figlio di Widodo, il trentacinquenne Gibran, la carica di vicepresidente. Gibran al momento è troppo giovane per assumere tale ruolo, ma la Corte costituzionale indonesiana, presieduta dal cognato dello stesso Widodo, risulta già a lavoro per vagliare un emendamento volto a rimuovere un simile ostacolo.