Kevin McCarthy, speaker della Camera dei rappresentanti al Congresso degli Stati Uniti, è stato rimosso dall’incarico in seguito ad una votazione che ha visto otto suoi compagni di partito, esponenti dell’ala più oltranzista e trumpiana tra i repubblicani, votargli contro. La decisione di destituirlo è passata con 216 sì e 210 no: tra i primi anche tutti i deputati democratici. Non era mai successo nella storia degli Stati Uniti che uno speaker “venisse dimesso” in corsa, e per di più in un momento delicato come quello attuale, in cui il Congresso ha i giorni contati per approvare la legge di bilancio che include gli aiuti militari all’Ucraina, entrata in una fase cruciale della controffensiva. Quello di McCarthy però non è mai stato un incarico solido: eletto nove mesi fa al quindicesimo turno di votazioni, aveva dovuto accettare un cambiamento delle regole, che avrebbe reso più facile la sua destituzione. Da allora aveva cercato di blandire con alcune concessioni, come la procedura di impeachment contro il presidente Joe Biden, la fronda repubblicana dei MAGA (Make America Great Again, slogan di Trump nel 2016) cercando al contempo di neutralizzarne la portata ‘distruttiva’. Fatale, però, gli è stato l’accordo in extremis raggiunto con i democratici la scorsa settimana per evitare lo shutdown: da allora infatti il deputato repubblicano della Florida Matt Gaetz, che ha guidato il drappello di repubblicani ‘ribelli’, ne ha chiesto la testa. “Chiunque lo sostituisca – avverte la Bbc – eredita un calice avvelenato”.

Lotta fratricida nel GOP? 

In un drammatico discorso subito dopo il voto, McCarthy ha annunciato che non intende ricandidarsi e ha rivendicato le scelte fatte: “Non mi pento di aver preso posizione per aver scelto di governare piuttosto che alimentare il risentimento. È mia responsabilità. È il mio lavoro. Non mi pento di aver negoziato. Il nostro governo è progettato per trovare compromessi”, ha detto. A sostituirlo è stato nominato uno speaker ad interim, Patrick McHenry, il cui incarico però sarà più che altro cerimoniale: in attesa dell’elezione di un nuovo speaker – un processo che si annuncia tutt’altro che facile considerata la lotta fratricida interna al GOP – di fatto la Camera è paralizzata. Intanto, Donald Trump – che questa settimana è comparso in tribunale a New York per un processo per frode – è stato insolitamente silenzioso sulla battaglia in corso nel suo partito, ma martedì in un post su Truth, la sua piattaforma di social media, ha espresso disapprovazione per gli eventi in corso a Capitol Hill: “Perché i repubblicani combattono sempre tra loro, perché non combattono i democratici della sinistra radicale che stanno distruggendo il nostro paese?” ha scritto.  

Shock and awe? 

“McCarthy è stato destituito perché nessuno si fidava più di lui, ha fatto troppe promesse controverse. Ora ci siamo tolti il dente, andiamo avanti con il prossimo speaker”, è stato l’amaro commento di Gaetz. E mentre i democratici serrano i ranghi convinti che il caos determinato dall’espulsione di McCarthy andrà tutto a loro vantaggio politico, i repubblicani, sotto shock, si riuniscono a porte chiuse per capire le prossime mosse da fare. “Martedì un gruppo di otto repubblicani è riuscito a spodestare Kevin McCarthy dalla carica di presidente della Camera – scrive in un duro editoriale il Wall Street Journal – Confidiamo che siano contenti. Ora hanno il caos che volevano, anche se non è chiaro cos’altro sperano di ottenere. Il loro piano intelligente sembra essere quello di tagliarsi la testa da soli”. Secondo buona parte della stampa conservatrice americana, infatti, gli otto ‘ribelli’ hanno rovesciato lo speaker repubblicano senza avere un piano, né un ipotetico successore o un obiettivo politico in mente. Si naviga in acque inesplorate. Che con il tempo, che scorre inesorabile verso lo shutdown a metà novembre, potrebbero diventare molto agitate. E gli stessi democratici rischiano di sentire la mancanza di McCarthy: il prossimo speaker potrebbe essere più debole e ancor meno disponibile al compromesso.  

Cosa succede ora? 

La destituzione senza precedenti di McCarthy aggiunge ulteriore incertezza alle prospettive degli aiuti statunitensi per l’Ucraina: se nelle scorse settimane l’ala trumpiana dei repubblicani si era rifiutata di votare una legge di bilancio che prevedeva al suo interno 6 miliardi di dollari per Kiev, il prossimo speaker di certo non approverà un accordo che ha portato al siluramento del suo predecessore. E Joe Biden – costretto all’intesa con McCarthy per rinviare il rischio di shutdown, la chiusura degli uffici federali e del pagamento dei dipendenti pubblici – si trova ora senza un interlocutore. Una situazione che indebolisce ulteriormente il presidente uscente, convinto della necessità del sostegno militare a Kiev laddove Donald Trump cerca di presentarsi come l’angelo della pace. Alcuni giorni fa parlando in Iowa aveva detto: “Quand’ero presidente, Putin non invase l’Ucraina perché gli dissi di non farlo” e più volte ha promesso che in caso di rielezione “farei finire la guerra in 24 ore”. Se mai qualcuno dubitasse del fatto che tutto quanto accade a Washington d’ora in avanti sarà sempre e solo finalizzato a favorire o, al contrario, frenare la corsa dei due schieramenti verso la Casa Bianca: da un lato il ticket Biden-Harris e dall’altro Donald Trump, in solitaria fuga in un campo repubblicano sempre più ingovernabile.  

Il commento  

Di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po 

“Polarizzazione; radicalizzazione; disfunzionalità. Sono queste le parole chiave con cui leggere quanto avvenuto alla Camera dei rappresentanti. La polarizzazione è quella determinata da una contrapposizione partitica che riduce al minimo la mobilità elettorale, produce maggioranze estremamente esili e rende sempre più difficili i compromessi e le mediazioni necessari a governare. La radicalizzazione politica ne consegue quasi inevitabilmente per entrambe le parti, anche se appare decisamente più marcata in un partito repubblicano ‘trumpizzato’ e ostaggio delle sue frange più estreme. La disfunzionalità riflette certo i tanti anacronismi del sistema di governo statunitense, ma è acuita dall’inefficienza del processo legislativo che questa vicenda evidenzia e al contempo esacerba”. 

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A cura della redazione di  ISPI Online Publications (Responsabile Daily Focus: Alessia De Luca,  ISPI Advisor for Online Publications) 

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